Vede un’accurata e sfavillante accusa il processo di competenza degli Uffici Giudiziari della Santa Sede svoltosi pochissimi giorni fa. 

La bufera in Vaticano stavolta riguarda la corruzione: un prete polacco è, infatti, imputato per tentativo di corruzione di un funzionario della Banca Vaticana (IOR) nel pieno esercizio delle sue funzioni. Dopo aver aperto un conto personale allo IOR più di 23 anni fa, ora, voleva aprine uno nuovo a un (come da lui definito) conoscente presentatogli da un amico, malgrado mancasse dei requisiti necessari, ossia: essere parte di categorie di soggetti quali ecclesiastici, dipendenti o ex dipendenti del Vaticano (titolari di conti per stipendi e pensioni), Ambasciate e diplomatici accreditati presso la Santa Sede, Istituzioni cattoliche. Non essere afferente ad una delle categorie di soggetti sopra riportati comporta automaticamente un rifiuto all’apertura di un conto corrente, in conformità allo Statuto IOR, rivisto nel luglio del 2013 proprio riguardo le linee guida relative alle tipologie di relazione con la clientela. Secondo la tesi mossa dall’accusa, questo non è bastato al prete polacco per rinunciare alla tentazione di alti margini di guadagno motivati dai particolari tassi d’interesse della Banca Vaticana. 

I due uomini si sono recati presso gli uffici dello IOR per la richiesta d’apertura di un conto corrente e una volta appreso il rifiuto da parte del funzionario, il sacerdote, secondo il Procuratore di Giustizia, ha offerto una collana d’oro al funzionario per chiudere entrambi gli occhi, realizzando il reato di “tentativo di corruzione”.

La difesa proposta dall’imputato si basa, invece, su come il Funzionario della Banca Vaticana abbia travisato una “battuta” fatta dai due interessati al conto. Secondo il sacerdote, la sua frase “Ti ricoprirò d’oro” era solo uno scherzo. L’uomo, inoltre, afferma che il funzionario non avrebbe mostrato alcun sintomo di fastidio, dunque i suoi sogni potevano essere tranquilli. Un’ulteriore dichiarazione dell’imputato riguarda invece l’oggetto “collana d’oro”, che secondo lui non sarebbe neanche esistito, cercando, in questo modo, di far risultare i fatti come fantasioso equivoco del funzionario stesso.

L’accusa non la pensa così e nell’esame dell’imputato lo scopo sembra essere uno solo: la confessione di un fatto dato praticamente per certo. Questa non è arrivata ma il confronto domande-risposte ha liquidato molti dubbi riguardo l’innocenza del prete: quando infatti gli vengono poste domande più specifiche e mirate egli o ha dichiarato di non ricordare o si avvaleva della facoltà di non rispondere. Si batte anche su un altro punto: nonostante, infatti, sia stato Sospeso a divinis, il prete polacco, possedeva un conto corrente ammontante a €1.800. Da dove proviene questo patrimonio, seppur esiguo, se gli è negata la celebrazione?  Anche qui il prete ha esercitato il diritto al silenzio sotto la difesa di un giovane avvocato che, vuoi per mancanza d’esperienza vuoi per la difficoltà del caso in sè, ha cercato di salvare l’insalvabile apparentemente senza successo. “Qual è stata la causa della sua sospensione a divinis?” Domanda l’accusa in un momento centrale del processo, che però non trova una risposta soddisfacente: “Non lo so ed è troppo doloroso per poterne parlare”. Come si può dimenticare, però, la causa di una sospensione a divinis se il provvedimento, che proviene da parte del Vescovo, deve presentare una motivazione? 

Il processo, nonostante la pochezza difensiva dell’imputato e la propulsiva azione dell’accusa – che aveva già raccolto materiale probatorio sufficiente- non arriva a sentenza nell’udienza del 4 Marzo 2017. Infatti, si è deciso per un rinvio ai primi giorni di Maggio a causa dell’istanza presentata dal difensore dell’imputato, per chiamare il prima citato “conoscente” a testimoniare. L’istanza, non contestata dal Procuratore di Giustizia, è stata accolta dal Tribunale ai sensi dell’Art 245 e ss. c.p.p.  Nel frattempo è stata avvertita l’autorità giudiziaria italiana al fine di procedere al ritrovamento del soggetto – poiché divenuto irreperibile –  per la perfezione della notificazione, cosicché possa essere ascoltata congiuntamente alla testimonianza del Funzionario che si è cercato di corrompere. 

 

Stefano Delfino La Ferla