Divisi tra politica, religione e buon moralismo ci sentiamo spesso in diritto di reputarci padroni indiscussi di tutte le scelte. Guidati dal nobile senso della morale ci azzardiamo Dio e portavoce di questi e scegliamo al posto del titolare della decisione. Uccidere per risparmiare il dolore di una vita già condannata a morte certa è immorale?

Se l’imperativo categorico dentro un medico lo spingesse a determinare la morte di un paziente in stato terminale sarebbe imputato di omicidio del consenziente ai sensi dell’art 579 del Codice Penale, il quale prevede una pena da sei mesi a quindici anni. Ancora, se un medico, spinto dalla solidarietà di vedere estinguere le sofferenze di un paziente in stato irreversibile, consigliasse al suddetto paziente di porre rimedio attraverso il suicidio verrebbe incriminato ai sensi dell’art 580 del Codice Penale, che regola appunto l’istigazione al suicidio. L’ordinamento con paternalismo, quindi, prende il diritto della vita di ogni singolo soggetto rendendolo indisponibile. Dall’altro però
l’art 32 della Costituzione dice esplicitamente “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”, integrando quello che più volte la dottrina ha individuato come diritto di lasciarsi morire. In sostanza da un lato il testo costituzionale riconosce implicitamente il diritto di rifiutare cure sanitarie sino al punto di morte e dall’altro l’ordinamento reclama l’indisponibilità del diritto alla vita. Il seme della discordia in questa sproporzionata contraddizione si individua nel compimento di un’azione, ossia nel comportamento attivo del -per rimanere sul tema- medico, il quale, come si è soliti dire, “stacca la spina”. Dunque il
profilo da esaminare è l’azione. Anche questa cosa, tuttavia, non è priva di contraddizioni, certamente vi è diversità tra lo staccare la spina e non somministrare le cure poiché l’animo dell’ipotetico medico non si  macchia del gesto immorale di uccidere.

L’eutanasia invece, è un’altra cosa ancora e molto più letteralmente una morte dolce, essendo procurata nell’interesse del soggetto stesso. In passato, la filosofia stoica fondava sul suicidio, come mezzo di risoluzione all’impossibilità di praticare le proprie virtù, uno dei principali precetti della suo scuola. Quale sarebbe il senso di una vita priva di ogni esigibile virtù? Nel caso dell’eutanasia, non è forse legittimo, allora, interrompere la vita poichè divenuta inutilizzabile? Domande che trovano mille risposte e mille fazioni, dal sentimento religioso a quello politico, le opinione divergono e cozzano, creando una vera e propria crisi di coscienza.

Emblematico è il caso di Giovanni Nuvoli, affetto da sclerosi laterale amiotrofica che lo aveva completamente paralizzato, che chiese più volte ai medici di staccargli il respiratore artificiale che lo manteneva in vita. Il medico anestesista Tommaso Ciacca, che il 10 luglio 2007 stava per eseguire le sue volontà, fu bloccato dall’intervento dei carabinieri di Alghero e della Procura di Sassari. Il 16 luglio 2007 Giovanni Nuvoli iniziò uno sciopero della sete e della fame che lo portò alla morte il 23 luglio 2007. Giovanni fu costretto da un ingessante formalismo di stampo moralistico  a cercare la morte con mezzi senz’altro più dolorosi e degradanti rispetto la dibattuta eutanasia. Il rispetto della libertà e della dignità della persona umana è un diritto inviolabile dell’uomo, garantito dall’art 2 Costituzione, è stato forse rispettata la libertà di Giovanni?
Analizzando un altro e più clamoroso profilo, l’ordinamento ha scelto diversamente: il caso di Eluana Englaro, una giovane donna di Lecco che, dopo un grave incidente stradale avvenuto nel 1992, è rimasta in stato vegetativo persistente fino alla sua morte nel febbraio del 2009. A seguito della richiesta del padre della donna di sospendere ogni terapia, e dopo una lunga vicenda giudiziaria, un decreto della Corte di Appello di Milano, confermato in Cassazione, ha stabilito l’interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale e ha impartito delle disposizioni
accessorie circa il protocollo da seguire nell’attuazione dell’interruzione del trattamento. Analogo, seppur con diversi sviluppi, è il caso di Piergiorgio Welby, che ha visto una Corte di Cassazione pronta a mantenersi nel dettato del già citato articolo 32 della Costituzione.

Adesso, possiamo a un diverso e molto più recente caso che riguarda Fabiano Antoniani, Dj Fabo, nato a Milano il 9 febbraio 1977 e morto in Svizzera lunedì 27 Febbraio perché, citando testualmente, “il mio Stato non mi ha aiutato”. Rimasto tetraplegico e cieco a causa di un grave incidente, aveva perso il significato nella vita e voleva – e doveva secondo la sua coscienza – giungere più dolcemente alla morte attraverso l’eutanasia attiva,  che invece gli è stata più volte negata in Italia.

Il caso ha suscitato un ingente dibattito (che nelle ultime ore si è acuito a seguito della notizia che Marco Cappato, dirigente dell’Associazione Luca Coscioni che lo ha accompagnato in Svizzera, è stato indagato per “aiuto al suicidio”) tanto da indurre il presidente della Commissione Diritti Umani dell’Aula di Strasburgo a lanciare un monito all’Italia affinché introduca al più presto possibile una disciplina completa in materia di eutanasia. Gli interventi legislativi a riguardo sono stati sporadici e incompleti, non assicurando un’omogenea regolamentazione.

“Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione non trovando più il senso della mia vita ora. Fermamente deciso, trovo piu’ dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia”. (Dj Fabo)

Stefano Delfino La Ferla