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Titolo: Riding the Bullet-Passaggio per il nulla

Autore: Stephen King

1° edizione originale: marzo 2000

Casa editrice: Sperling & Kupfer

Genere: Fantascienza/Horror

Pagine: 64

 

 

Sinossi: Un ragazzo cammina sul ciglio di una strada deserta, illuminata solo dalla luna. Cerca disperatamente un passaggio, deve andare da sua madre che è lontana e sta male. Si ferma una macchina. Un’odissea scioccante lo attende sull’auto che lo ha preso a bordo, qualcosa che gli farà comprendere che “giro della morte” non è solo un’espressione da Luna Park …

Recensione: «Questa storia non l’ho mai raccontata a nessuno e nemmeno ho mai pensato di farlo, e non perché temessi di non essere creduto, ma perché me ne vergognavo… e perché era mia. Ho sempre ritenuto che raccontandola avrei sminuito me stesso e la storia in sé, che ne avrei dato una versione troppo riduttiva e prosaica (…) Avevo anche paura che se l’avessi raccontata, se l’avessi udita con le mie orecchie, avrei cominciato a non crederci io stesso».

È notte fonda e Alan Parker è completamente solo, debolmente illuminato dalla luce di una luna «gravida e infetta». Si trascina strenuamente per un’interminabile, semideserta strada secondaria e inizia a temere di aver commesso un grave errore ad aver rifiutato di proseguire il viaggio con quel vecchio strampalato e maleodorante, che, però, lo avrebbe lasciato esattamente sulla soglia dell’ospedale dove era ricoverata l’amata madre. «Cominciai a immaginare mia madre nel letto dell’ospedale, con la bocca storta da un ghigno, che perdeva la sua presa sulla vita, ma lottava per rimanere aggrappata a quell’appiglio sempre più scivoloso soltanto per me, non sapendo che non ce l’avrei fatta solo perché non mi piaceva la voce stridula di un vecchio e il cattivo odore della sua automobile».

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«QUEL CHE È DETTO È DETTO E QUEL CHE È FATTO È FATTO». Complici la stanchezza, la prostrazione sia fisica che mentale, la psiche del ragazzo inizia pericolosamente a vacillare in progressione sempre più rapida e l’iniziale ottimismo fiducioso non tarda a cedere il posto alla suggestione e al panico più puro. E se sua madre fosse già morta? Appena morta? Se stesse morendo proprio in quell’esatto momento? Come prigioniero in un turbinoso Luna Park, Alan si ritroverà sballottato tra picchi di follia e razionalità, allucinazione e lucidità, speranza e rassegnazione, dubbio e certezza, schiacciante senso di colpa e risolutezza. Per un “giro della morte”…letterale. «Quella notte la mia visione del mondo cambiò, cambiò molto, e nel mio libro di filosofia non trovai niente di adeguato a quel cambiamento. Ero giunto a comprendere che ci sono delle cose sotto, e ribadisco il concetto, sotto, e non c’è libro che spieghi che cosa sono. Credo che in certi casi convenga dimenticarsi che esistono. Se si può, naturalmente».

Quello del protagonista è a tutti gli effetti un viaggio in una dimensione «senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità», in una «regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere». Riding the Bullet potrebbe benissimo, infatti, aggiungersi al novero delle puntate della serie televisiva degli anni Cinquanta “Ai confini della realtà”, in cui le vite di persone ordinarie vengono radicalmente sconvolte in seguito all’incontro con l’ignoto, con uno squarcio nella realtà dai contorni assai difficilmente definibili. Peraltro, all’interno della suddetta serie esiste un episodio degno di nota e per certi versi affine al racconto di King, intitolato “L’autostoppista”.
Riding the Bullet è una metafora della vorticosa giostra di emozioni che ognuno di noi sperimenta sulla propria pelle quando immagina o si trova a dover affrontare la morte dei propri cari: le vertigini e il terrore del vuoto, l’ansia e l’angoscia, il tentativo di appigliarsi alla razionalità e di farsi coraggio, di rimanere fiduciosi nei confronti della vita. Inevitabili, al contempo, certe tormentose domande che stritolano l’anima senza trovare una risposta realmente esaustiva: Avrò fatto/dato abbastanza? Avrei dovuto essere più presente? Avrei potuto comportarmi in modo diverso/migliore? Avrei potuto conferire maggior valore ai momenti trascorsi insieme? Fino a che punto possiamo controllare le cose che accadono e fin dove ne siamo compiutamente responsabili? Il tempo corre, inarrestabile. Come la Mustang di cui Alan è, suo malgrado, sventurato passeggero. Come lo spaventoso ottovolante “Bullet”, sul quale egli, da bambino, non aveva più avuto il coraggio di salire. Come la vita, che gli scorrerà tutta davanti, tra continui flashback e flashforward, come il più angoscioso dei film. Lo Stephen King di Riding the Bullet è un Re decisamente meno cupo e crudo rispetto alla media della sua produzione. È notevole come egli riesca a raccontare una storia dalle atmosfere sinistre e terrificanti, tenendo il lettore incollato alle pagine dall’inizio alla fine, con una sensibilità e una delicatezza tanto emozionanti (nell’introduzione, d’altronde, lo scrittore spiega che il racconto è un tentativo di descrivere il suo stato d’animo all’approssimarsi della fine di sua madre). Questo è forse il motivo per cui Riding the Bullet non è un libro per tutti: non pochi fan del Re lamentano di non essersi spaventati a sufficienza e di esserne quindi rimasti delusi. In tale parabola, i fantasmi più terribili sono soprattutto quelli interiori e il vero brivido lo si prova quando sono i dilemmi a risultare agghiaccianti, parola del suo autore: «probabilmente è questo il vero grande tema della letteratura dell’orrore: il nostro bisogno di venire a patti con un mistero che può essere compreso solo con l’aiuto di un’immaginazione colma di speranza».

Curiosità: Riding the Bullet fu il primo esperimento di King, da sempre grande “sperimentatore”, di pubblicazione nella sola versione e-book, per la Scribner. Il successo fu straordinario e a partire da quel momento molti autori iniziarono a pubblicare le loro opere anche in formato digitale. In Italia, il racconto uscì in edizione cartacea con annesso CD-ROM e successivamente fu integrato nella raccolta Tutto è fatidico (2002). Nel 2004, inoltre, la sconcertante vicenda di Alan Parker è diventata anche un film, per la regia di Mick Garris.

Chiara Bolchini