Il Presidente Trudeau su Twitter: “Stasera, tutti i canadesi sono addolorati per un vile attacco alla moschea di Quebec City. I miei pensieri sono con le vittime ed i loro familiari.”

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Sono le 20:00, ora locale, di domenica 29 gennaio quando vengono uditi spari provenienti dalla moschea di Sainte-Foy, cittadina nella provincia di Quebec City (Canada). Il bilancio della strage parla di 6 morti ed 8 feriti, di cui 2 in condizioni critiche che si trovano tuttora in ospedale. Nelle ore successive la polizia ferma due sospettati: Mohamed el  Khadir, bloccato vicino al ponte dell’Ile d’Orleans ma ritenuto successivamente come solo “testimone dell’accaduto” ed Alexandre Bissonnette (in copertina), fermato sul luogo del delitto. Alexandre Bissonnette, 27 anni di nazionalità canadese, infatti, è stato ritenuto l’unico sospettato per gli omicidi avvenuti nella sala di preghiera riservata agli uomini della Grande Mosquée de Québec. Secondo il profilo rilasciato da SITE (sito di intelligence specializzato sulle attività dei jihadisti) è stato riconosciuto come simpatizzante della politica di Trump e vicino alla destra xenofoba di Marie Le Pen. Studente presso la facoltà di scienze politiche dell’Università Laval, Alexandre è stato incriminato dai giudici per omicidio ed il processo a suo carico inizierà il 20 febbraio.

Il presidente Justin Trudeau ha parlato esplicitamente di attacco terroristico, ma le accuse non sembrano rispettare la visione del Presidente canadese, imbeccato dalle condoglianze arrivate da tutto il mondo, pure dal presidente degli Stati Uniti. Secondo il Presidente del centro culturale islamico di Quebec City, Mohamed Yangui, la comunità della moschea poteva contare dai 60 ai 100 fedeli, ma i presenti durante l’attacco sarebbero stati solo 39, tra i quali alcuni bambini. Non è la prima volta che la comunità islamica presente sul territorio di Quebec Ciy, quasi 7000 cittadini, è presa di mira da atti di vandalismo o messaggi che inneggiano all’odio razziale, ma non erano mai accaduti eventi simili. Sono aumentati dunque anche i controlli e la polizia è stata mobilitata in quasi tutte le città del Paese, come a Montreal o Gatineau, nelle quali è stata incrementata notevolmente la presenza di forze dell’ordine intorno alle moschee.

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L’attacco alla moschea è avvenuto quasi in contemporanea con le pressioni politiche esercitate dal “Musilm Ban”, la decisione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di vietare l’ingresso nel proprio Paese ai provenienti da 7 paesi a maggioranza musulmana. Il Presidente Justin Trudeau del Canada aveva espresso la sua contrarietà a questa decisione, ribadendo su Twitter come “La diversità è la nostra forza”: Un duro colpo quindi per Trudeau, che si vede chiamato a fronteggiare una situazione di instabilità sociale della quale prima di tutto deve esser fatta chiarezza. Non soltanto trovare un colpevole, ma soprattutto riuscire a rintracciare la matrice e le concause che possano aver portato ad un gesto così orribilmente intollerabile.

Sono arrivate  parole di condoglianza anche dall’Italia: il Primo Ministro Gentiloni, durante l’incontro con l’europarlamentare Tajani,  ha dichiarato:  “Il governo italiano è vicino alle vittime, ai familiari e alla comunità musulmana canadese. Un modo anche per confermare il nostro atteggiamento di vicinanza e solidarietà alla stragrande maggioranza cittadini di fede islamica che vivono nei nostri Paesi e città e che rifiutano il terrorismo fondamentalista e anzi ne sono spesso vittime e bersagli”.

Niccolò Inturrisi