Con l’inaugurazione della grande mostra Time is Out of Joint, lunedì 10 ottobre 2016, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea della Capitale, pare stravolgere secoli di accademismi della pratica curatoriale nello spazio espositivo museale. Trasformazioni architettoniche della sede storica (ex GNAM), riallestimenti, iniziative social e provocazioni mediatiche, avviano un dibattito che và oltre le mura del Museo.

L’esposizione visitabile fino al 15 Aprile 2018, il cui titolo cita i versi dell’Amleto di William Shakespeare “The time is Out of joint”, sonda l’elasticità del concetto di tempo e, a due mesi dalla sua inaugurazione, lancia l’iniziativa L’arte ti somiglia. L’ invito ai visitatori è a osservare le opere con “occhi nuovi” cercando di riappropriarsene, per ritrovarne tratti di fisiognomica che ci identifichino con esse.2

L’arte come specchio è solo una delle ultime iniziative che la Galleria sta attualmente promuovendo e che mira a scardinare ciò che ci era noto e abituale nella pratiche di organizzazione museale. La mostra rappresenta una svolta epocale nella storia della curatela in quanto sradica l’assetto cronologico nella logica espositiva, lasciando il visitatore protagonista nel cogliere più elementi e richiami possibili, evidentemente principalmente estetici. Il primo importante passo venne fatto con le modifiche apportate all’intero spazio museale, su progetto degli architetti Massimo Licoccia e Alessandro Maria Liguori. Si è scelto di riportare alla luce l’impianto dell’edificio di Cesare Bazzani del 1911 con le sale aperte l’una nell’altra e in contiguità con i giardini e i cortili, nuovamente aperti al pubblico.

1La mostra, visitabile fino al 2018 è realizzata con il sostegno del curatore Saretto Cincinelli e il Collegio tecnico scientifico della Galleria Nazionale e ha del tutto rivoluzionato la relazione tra le cinquecento opere esposte nel Museo. Fontana vicino a un De Nittis, Ettore Tito accanto a un drammatico Fautrier, Penone che fà da sfondo a Canova, Burri al fianco di suoi predecessori e così via.

La “presenza-assenza” del tempo nell’ organizzazione dell’allestimento delle opere, è dichiarata nella volontà della nuova Direttrice Cristiana Collu, direttrice dal 2012 al 2015 del MART (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) e vincitrice nel 2014 del premio Art Tribune come miglior direttore di museo. Vige, piuttosto, una sorta di “libero arbitrio” che, a detta della direttrice, non ha nulla a che vedere con il caso. L’ azione, che sembra segnare l’inizio di una nuova era, ha destabilizzato sia i cultori della materia che i più sporadici visitatori. Il disorientamento è amplificato dall’assenza di materiale descrittivo che analizzi tecniche e materiali utilizzati per la realizzazione delle opere. Il visitatore è in balia dei “secoli” per via di un supporto didascalico striminzito che cede il posto ad una app per cellulari.

Nel medio tempo, ad oggi, non è solo il sistema organizzativo a lasciare quantomeno perplessi ma, il mancato ruolo didattico di una Galleria Nazionale che risulta tra le più visitate della Capitale oltre che la più grande collezione di arte contemporanea italiana. Proprio in questi giorni è stato organizzato un dibattito all’ Università degli Studi di Roma “La Sapienza” per discutere sulle radicali scelte curatoriali della nuova direttrice Cristiana Collu.

Gli interventi hanno visto alternarsi: Tiziana D’Acchille (direttrice dell’Accademia di Belle Arti di Roma), Cristiana Perrella (curatrice e critica d’arte), di Antonella Sbrilli (docente di Storia dell’arte contemporanea, Sapienza), Claudio Gamba (docente di storia dell’arte, Accademia di Belle Arti di Sassari), Lida Branchesi (docente di Didattica del museo e del territorio, Sapienza Università di Roma) e Irene Baldriga (presidente dell’Associazione Nazionale Insegnanti di Storia dell’Arte). L’incontro che è servito per discernere non ha ancora messo tutti d’accordo.01_2016_gallerianazionale_allestimento_time_ph_giorgio_benni

L’aspro dibattito riguarda gli aspetti tecnici piuttosto che quelli mediatici. La scelta di ridurre il numero di opere d’arte esposte, spostandone molte nei magazzini, ha portato ad esempio a selezionarne alcune e ad escluderne altre (importanti capolavori oltre che la mancata citazione d’interi capitoli artistici). La nuova organizzazione, a detta di Antonella Sbrilli (curatrice e docente presso La Sapienza) scardina ad esempio molti preconcetti occidentali che guidano la nostra esperienza spaziale, invitando inoltre a cercare nuovi termini di descrizione e narrazione verbale. La Collu difatti, vuole rimarcare alcuni concetti di permeabilità e vitalità degli spazi museali che evidentemente travalicano i soli ruoli “statici” di una Galleria. Lo stesso concetto si ritrova nelle parole del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini, che ha valutato l’allestimento non cronologico di “Time is Out of Joint” come una “sfida interessante”.

Va detto quindi che con questa trasformazione si è riusciti a rispecchiare il ruolo di museo dinamico – nel bene e nel male-che deve continuare ad affermarsi nella società attuale, congiuntamente alle trasformazioni culturali e caratterizzandosi però con una doppia responsabilità: “Quella di preservare l’integrità degli oggetti come elementi del nostro patrimonio culturale e quella di contribuire alla crescita della società, compito che deve realizzare attraverso la ricerca e la missione educativa”. In una società come la nostra che spesso rimane distante dal “ruolo dell’arte” – con scelte politiche quali il taglio delle ore didattiche nelle scuole superiori- l’azione di diffusione, se è questa che si vuole attivare, dev’essere calzante, incisiva ma indubbiamente responsabile.

 

Simona La Neve