Insieme dalla fine del 2013, i Carnage nascono nell’ ambiente musicale underground fiorentino.  Il loro primo album “542 giorni” è stato totalmente finanziato da una campagna di crowd-founding in collaborazione con MusicRaiser, ed è uscito il 30 Ottobre 2015 per New Model Label. Il buon riscontro di pubblico ha portato la band a realizzare un tour promozionale di venti date. Alla fine del tour, nell’estate 2016, i CRNG sono tornati in studio per registrare “Qualcosa a cui credere”, secondo album realizzato con il sostegno del Progetto “Toscana 100 band” all’interno di Giovanisì – Regione Toscana. I membri sono Francesco Lo Torto alla voce e chitarra, Pier Paolo Giovacchini alla chitarra. Luca Patrussi alla batteria e Andrea Brodi al basso .

Mi è finalmente capitato di imbattermi nel secondo album dei Carnage, che sono riusciti a far coesistere  questa voglia quasi di rivincita con delle musicalità ricercate, ma che impattano con il pubblico in maniera straordinariamente immediata ed empatica. Lo sviluppo artistico della band si snoda nelle storie di ragazzi della nostra generazione che, messi davanti alla necessità di dover guardare al futuro, valutano il presente come una  cometa, una ragion d’essere che accresce man mano che le tracce del brano scorrono inesorabili. Qualcosa a cui credere è un album che trasmette le emozioni, le sensazioni, le storie e i sogni di ragazzi come noi, intenti a dover fronteggiare la vita, con quella vena malinconica che trasporta dentro sé le credenziali per farsi largo nel difficile mondo musicale italiano. I brani hanno una cadenza che riesce a rendere l’album omogeneo e molto gradevole all’ascolto, coltivando una sorta di climax che condurrà l’ascoltatore in un “viaggio”: si passa da un autunno piovoso, scarlatto e pulsante di vita, a un ritorno alle radici, alla consapevolezza che la sofferenza, il dolore, l’amore e la gioia sono parte di noi stessi e fluiscono nelle nostre vene come la linfa vitale che resuscita la nostra anima, oramai presa dagli sconforti e lasciata a se stessa.

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Sono riuscito ad incontrare a Firenze il cantante della band, Francesco, e davanti ad una birra  abbiamo intrapreso una discussione che varia dalla formazione della band agli albori, a come si è sviluppato l’underground nel nostro ambiente toscano, la musica e i suoi autori.

 

Partiamo dal titolo, qual è la soluzione a questo disfattismo che si ripercuote in tutto lo spirito dell’album?

Forse è proprio il titolo: dobbiamo tutti aggrapparci a qualcosa a cui credere, è più un esortazione, un motto di speranza per chi ci ascolta, un messaggio chiaro che continua ad essere presente in tutto l’album, spaziando e variando la musicalità e cercando di ricostruire l’immagine di disfattismo si incombente a anche superabile…Forse

Come lo hai sentito quest’album rispetto a 542 giorni, come vi si è “cucito” addosso?

È stato un lavoro particolare. Non avevamo mai sperimentato il dover mettere a contatto la propria passione con delle scadenze da mantenere; abbiamo dovuto scrivere, arrangiare e registrare l’album in soli tre mesi, ma ci ha fatto scoprire il nostro grande affiatamento e la voglia di voler costruire un progetto più maturo, in cui saltasse fuori la nostra identità. Come nel primo pezzo del nostro disco, che reputo come una freccia originale nel nostro arco.

Quest’arco avrà una faretra bella capiente. Ho notato, infatti, che non avete toccato esplicitamente il tema dell’amore, ma l’ho sentito molto presente in questo album e nello scorso, è una mia visione?

No assolutamente. Abbiamo lavorato sullo sviluppo dei testi di pari passo con quello che abbiamo cercato esprimere in musica, ci sono alcune parti di chitarra che riescono ad enfatizzare il canto proprio dell’amore senza dover per forza riuscire a metterlo nero su bianco, come in Autunnale 2.

E perché l’Italiano? È una scelta coraggiosa…

Perché no? È vero, è una lingua complessa e a tratti molto difficile ma che riesce, se usata nella maniera opportuna, a far brillare di luce propria i sentimenti che vengono trascritti su un semplice foglio di carta così come le passioni più profonde possono essere espresse con ineguagliabile delicatezza o infinita crudeltà a seconda dell’animo, della sensibilità e del gusto dello scrittore.

Ultima domanda, il pezzo di chiusura titola “ senza pelle “ ed è un brano molto diverso da quello che abbiamo ascoltato fin ora…

Sì, abbiamo deciso di buttarci e sperimentare un tipo di musicalità diverso da quello a cui siamo soliti  , trasportando quelle sonorità tipiche minimal ed allacciandole con il nostro stile.

A me e a nome di tutta la redazione non resta che augurare l’In bocca al lupo per tutto!

Niccolò Inturrisi