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Titolo: La paranza dei bambini

Autore: Roberto Saviano

Editore:  Feltrinelli

Anno di pubblicazione: 2016

Numero di pagine: 346

Sinossi: Dieci ragazzini in scooter sfrecciano contromano alla conquista di Napoli. Quindicenni dai soprannomi innocui – Maraja, Pesce Moscio, Dentino, Lollipop, Drone –, scarpe firmate, famiglie normali e il nome delle ragazze tatuato sulla pelle. Adolescenti che non hanno domani e nemmeno ci credono. Non temono il carcere né la morte, perché sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Sanno che “i soldi li ha chi se li prende”. E allora, via, sui motorini, per andare a prenderseli, i soldi, ma soprattutto il potere. La paranza dei bambini narra la controversa ascesa di una paranza – un gruppo di fuoco legato alla Camorra – e del suo capo, il giovane Nicolas Fiorillo. Appollaiati sui tetti della città, imparano a sparare con pistole semiautomatiche e AK-47 mirando alle parabole e alle antenne, poi scendono per le strade a seminare il terrore in sella ai loro scooter. A poco a poco ottengono il controllo dei quartieri, sottraendoli alle paranze avversarie, stringendo alleanze con vecchi boss in declino. Paranza è nome che viene dal mare, nome di barche che vanno a caccia di pesci da ingannare con la luce. E come nella pesca a strascico la paranza va a pescare persone da ammazzare. Qui si racconta di ragazzini guizzanti di vita come pesci, di adolescenze “ingannate dalla luce”, e di morti che producono morti.

Recensione:  Se qualcuno credeva che Gomorra avesse scavato all’interno di una ferita aperta e difficile da sanare è perché non aveva ancora letto La paranza dei bambini. Roberto Saviano porta, ancora una volta, alla luce un fenomeno diffuso eppure “ignorato”: quello dei giovani che iniziano a interessarsi alle attività criminali e ai loro guadagni facili.  Ragazzini di quattordici/quindici anni che spacciano, sparano e sono dediti all’estorsione con una freddezza che mette i brividi. Esistono i fottitori e i fottuti, null’altro. Nella vita, o sei l’uno o sei l’altro: Nicolas Fiorillo è uno che fotte e no, il sesso non c’entra nulla né tantomeno una qualche forma di lotta di classe.

«Per comandare devi avere un nome che comanda»

«Ma i soprannomi non li decidi tu»

«Tu ci sei andato bene, ti hanno azzeccato il soprannome»

O’Maraja è il criminale che non ti aspetti: figlio di una famiglia normalissima  – padre professore di educazione fisica e madre proprietaria di una stireria- intelligente, sveglio, bravo a scuola. Insomma, uno come tanti altri. Invece no, quel ragazzo dal corpo ancora acerbo ha una mente così spietata e carismatica da far invidia anche ai peggiori boss della Camorra. È lui a guidare gli amici nell’ascesa criminale, lui a convincerli, ricompensarli e punirli; con quell’entusiasmo tipicamente giovanile per cui nulla viene filtrato o ragionato più di tanto, tutto ciò che si vuole deve avvenire subito e senza difficoltà. Vuoi i soldi? Vai e li ottieni. Le armi? Vai e le compri. La droga? Ammazzi e ti prendi la “piazza”. Nicolas ha una mente da sovrano e gli occhi d’angelo. Forse è per questo, o perché c’è «un tempo per volare e uno per stare chiusi in gabbia» che L’Arcangelo, potente boss in declino, decide di fidarsi e puntare tutto su di lui, al culmine di uno scambio dialogico magistralmente costruito dall’autore.

L’Arcangelo non si aspettava questa richiesta, non credeva che il bambino che aveva lasciato salire in casa sua arrivasse a tanto. (…)Gli aveva messo paura. E non provava paura da tanto, troppo tempo. Per comandare, per essere capo, devi avere paura ogni giorno della tua vita, in ogni momento. Per vincerla, per capire che ce la puoi fare. (…) Se non provi paura significa che non vali più un cazzo.

Saviano ha ricevuto più di una critica per questo romanzo. C’è chi lo ha accusato di aver “buttato merda” su Napoli senza averla tutelata neppure un minimo, c’è chi ha definito il libro troppo irreale o pretenzioso, sostenendo che le vendite siano schizzate semplicemente per una sorta di vouyerismo, che spinge i lettori ad interessarsi all’universo criminale descritto nei libri, complice il “trend Gomorra”. Credo invece che La paranza dei bambini sia uno di quei libri che tutti dovrebbero leggere. Narrazione, descrizioni, psicologie. Nulla è lasciato al caso e ogni personaggio ha uno “spazio” entro il quale acquisire il proprio spessore. Il romanzo, nonostante la lunghezza, mantiene intatto il ritmo narrativo fino alla fine, senza mai fermarsi o rallentare, quasi per richiamare la frenesia degli eventi e dei giovani protagonisti. Qualcuno ha associato la scelta del dialetto e dei giovani personaggi alla volontà di creare una sorta di remake di pasoliniana memoria. Non potrebbe esserci nulla di più lontano: i Ragazzi di vita di P.P. erano accattoni spavaldi e senza scrupoli, ma in fondo rappresentavano una voce proveniente dagli “ultimi”; i “paranzini” sono autoconsapevoli, guidati dalla volontà di arricchimento e potere, che trovano nella violenza l’unica forma possibile di affermazione sociale. la-paranza-dei-bambin-roberto-saviano

I personaggi (nonostante l’annuncio dell’autore, è chiaro che siano inevitabilmente ispirati a persone reali) sono vivi, potenti, meravigliosamente inquietanti. Come inquietante è il fenomeno descritto dal libro, una nuova faccia della Camorra, una sorta di “Camorra 2.0” che viaggia prima di tutto su internet, impara a caricare ” Sua Maestà O’ kalash” tramite un tutorial su Youtube,  si ispira al Camorrista di Giuseppe Tornatore e si nutre di Machiavelli «Pecché te’mpara a cummannà». Meno silenziosa rispetto al passato, ancora più spavalda – il cammeo dei due Casalesi è l’esempio di un confronto impietoso, nonostante la fama criminale che si portano dietro –  e con valenze peggiori. La prima e la più grave, quella che dimostra il fallimento della società. Della scuola ma soprattutto dell’Italia, che mai come in questo caso dimostra di non essere un paese per giovani. Sì perché nonostante sia facile e comodo nascondersi dietro la scusa di un sistema pieno di buchi che fa acqua da tutte le parti è chiaro che il problema stia assumendo proporzioni bibliche e siamo di fronte ad un sistema che non è preparato adeguatamente a risolvere situazioni del genere.

Forse ci vorrebbe un acquazzone, un po’ come quello alla fine del libro che tra l’altro, che ti colpisce come un pugno allo stomaco, lasciandodi una sensazione di amaro in bocca.  La paranza dei bambini è drammatico e senza scampo. E lo dimostra nella svolta finale. Dolorosa. Inaspettata. Un po’ come la vita, che prima o poi torna a riscuotere i conti in sospeso e ti insegna che anche i fottitori prima o poi vengono fottuti. In un modo o nell’altro.

Guardati dentro. Guardati dentro profondamente, ma se non provi vergogna non lo stai facendo davvero.

E poi chiediti e sei fottuto o fottitore.

Martina Mattone