• “Cara Fanny, non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete occupata: Ma infine io non vorrei che il silenzio paresse dimenticanza, benché forse sappiate che il dimenticar voi non è facile”.

Inizia così la struggente lettera d’amore che Giacomo Leopardi inviò il 5 dicembre 1831 a Fanny Targioni Tozzetti. Su di lui non devo dir nulla – la straordinaria fama di poeta lo precede – su di lei, invece, qualche parola va spesa. Figlia di Luigi Ronchivecchi e di Teresa Manzi, Fanny sposò un professore, dal quale ebbe tre figlie, Giulia, Adele e Teresa, non tanto per amore quanto per la casa fiorentina in via Ghibellina, che questi possedeva, e che dopo le nozze ella trasformò in un punto di ritrovo per artisti e intellettuali.

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Avvenente, sensuale e spigliata, Fanny Targioni Tozzetti si guadagnò ben presto la fama di donna leggera e facile agli innamoramenti. Soggiogati dalle sue grazie gli uomini si arrabattavano per possederla e – a quanto sappiamo – anche il poeta recanatese non seppe resisterle. A presentarli fu il patriota Alessandro Poerio il 10 maggio 1830 a Firenze. Un incontro importante per Giacomo Leopardi, che per la prima volta nella vita cominciò a curare di più il proprio aspetto, facendo confezionare abiti pregiati nelle più costose sartorie o andando a giorni alterni dai barbieri più alla moda. 382248_562957927049647_1482419973_nPer ottenere il favore di Fanny, che amava collezionare le firme degli uomini più celebri e illustri dell’epoca, il poeta si affannò per farle avere in poche settimane gli autografi di Antonio Stella, Gian Pietro  Vieusseux e di Vincenzo Monti, solo per citare alcuni nomi. Tutto inutile: la rêverie di Leopardi deve fare i conti con la dura realtà. Mentre, infatti, il nostro Giacomo sognava di essere riamato dalla nobildonna Fanny, creatura di «angelica beltade», il suo caro amico Ranieri rotolava, un giorno sì e l’altro pure, nel letto di quest’ultima. Un ménage molto chiacchierato, da cui possiamo ben dire che Leopardi non trasse alcun piacere. Piacere nel vero senso della parola perché stando alle lettere rinvenute Leopardi non ebbe alcun contatto fisico con Fanny Targioni Tozzetti. Se “Psiche”, figura prediletta dal poeta romantico per incarnare l’amore, si muoveva, infatti, al buio, ignara del proprio partner, Fanny era solita far l’amore a luci accese, per cui un ipotetico scambio con il caro Ranieri sarebbe stato impossibile. Anche perchè la Tozzetti, da donna di mondo, ci vedeva benissimo e uomini fuori forma non ne voleva. Deluso per quanto accaduto il recanatese scrisse – per nostra fortuna – tra il 1831 e il 1835 una raccolta di poesie di rara e superba bellezza, il cosiddetto Ciclo di Aspasia, che comprende: Il pensiero dominante, Amore e Morte, A se stesso, Consalvo e Aspasia. 

“Sogno e palese error. Ma di natura,
Infra i leggiadri errori,
Divina sei; perchè sì viva e forte,
Che incontro al ver tenacemente dura,
E spesso al ver s’adegua,
Nè si dilegua pria, che in grembo a morte”.

Anche l’amore, l’ultima illusione, svanisce. Fanny, che di Leopardi non avrebbe potuto mai innamorarsi, confidò alla giornalista Matilde Serao: «Mia cara, puzzava!». Un commento tanto indelicato quanto velenoso. foto-il-giovane-favoloso-13-low-1000x600Il vincolo di amicizia con Antonio Ranieri restò però salvo; un sodalizio il loro durato ben sette anni che destò scalpore nei salotti napoletani, tant’è vero che ancora ora oggi ci si chiede se tra i due ci sia stato qualcosa di più. Se nel film del 2014, diretto da Mario Martone, Il giovane favoloso, si lascia intendere l’omosessualità di Leopardi, nello spettacolo teatrale Leopardi Amava Ranieri di Claudio Finelli e Antonio Mocciola, messo in scena lo scorso aprile al Nuovo Teatro Sanità, non si lascia adito a dubbi. “Totonno” – come era solito chiamarlo il poeta de L’infinito – restò accanto al suo caro Giacomo, assistendolo amorevolmente e prendendosi cura della sua cagionevole salute meglio di chiunque altro. Non la strana coppia, non il gobbo e il tombeur des femmes, non il malaticcio e il bellimbusto dell’epoca, ma vorrei che si guardasse a loro come a due che si sono voluti bene veramente.

“Mia cara Fanny, la specie di dolore ch’io sento non fu mai sentita da nessun uomo, perchè mai non fu e mai più non sarà fra gli uomini un’amicizia uguale a quella che mi stringeva al mio adorato Leopardi. Il vòto immenso, infinito ch’io sento nel mio cuore non sarà potuto mai più compiere, perchè degli ingegni simili a quello del Leopardi ne comparisce uno ogni tanti secoli sulla terra.”

Così Antonio Ranieri comunicava a Fanny la morte dell’amato Giacomo nel 1937. Leopardi si spegne a Napoli a soli 39 anni: un’esistenza votata alla poesia. leopardiE a scuola che non si parli del suo pessimismo, ma della viscerale urgenza che questi aveva di sentirsi amato. “Io non ho bisogno di stima, o di gloria o di altre cose simili. Io ho bisogno di amore, di entusiasmo, di fuoco, di vita!” recita magistralmente Elio Germano nei panni de Il giovane favoloso, parole che non sono altro che la punta dell’iceberg del lirismo leopardiano. Un’eredita grandiosa, oltre che inestimabile talento letterario. Perché Ranieri aveva ragione: uno come Leopardi capita forse ogni cent’anni. Purtroppo.

Cristina La Bella