Spettinata dopo aver corso in riva al mare, per aver riso sul divano fino alle lacrime, sotto un temporale improvviso. E ancora spettinata in un camerino per aver provato un vestito nuovo desiderato da mesi, spettinata durante una corsa in moto, spettinata dopo aver fatto l’amore. Ma non avvenga mai che una donna finisca a terra per un pugno, che un uomo si arroghi il diritto di urlarle contro trascinandola per i capelli, che sia uno schiaffo a spettinarla. L’amore non ammette violenza, di nessun tipo. Se un uomo ti fa sentire sola, incapace, come la peggiore di tutte, non è amore; se ti zittisce, offende in ogni modo, se ti intimidisce con i gesti oltre che con le parole, non è amore. Se minaccia i tuoi figli, se ti picchia davanti a loro, se abusa di te e del tuo corpo non è amore. Non si tratta di comprensione, se ti picchia una volta, lo farà di nuovo. Che nemmeno per un secondo ti venga in mente che sia tu ad essere quella sbagliata. In amore i lividi non sono ammessi, il “mi devi” non esiste. Perché la violenza è il rifugio degli incapaci. E se succede, la cosa giusta da fare è denunciare.

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Domani sera su Raiuno in prima serata andrà in onda la fiction “Io ci sono – La mia storia di «non» amore”, ispirata al libro che  Lucia Annibali, l’avvocatessa pesarese sfregiata dal suo ex ragazzo con l’acido in seguito ad un agguato, ha scritto assieme alla giornalista Giusi Fasano. Luca Varani, questo il nome dell’uomo che non accettava l’idea di perderla, assoldò un albanese per buttarle addosso l’acido. Un gesto brutale che le ha cambiato per sempre il corpo, anche se le ferite più dolorose sono quelle che non si vedono. Il cuore sanguina e fa male. Perché nemmeno una bestia arriverebbe con ferocia a sfregiare la compagna che diceva di amare. Il 16 aprile 2013 si consuma una delle pagine più tristi della cronaca nera italiana.

“Lasciavo che fosse lui a definire chi ero. Ho sbagliato a non lasciarlo subito, ma noi donne non dobbiamo cadere neanche nella trappola di pensare che un po’ è colpa nostra”.

Lucia AnnibaliProdotta da RAI Fiction-BIBI Film, con il contributo della Marche Film Commission-Fondazione Marche Cultura e diretta da Luciano Manuzzi, “Io ci sono” ha per protagonista Cristiana Capotondi, una delle attrici italiane più amate dal pubblico. Per interpretare il ruolo di Lucia Annibali, la giovane ha dovuto sopportare tre ore di trucco ogni giorno. Tra la Capotondi e la Annibali, che ha deciso di seguire passo dopo passo le riprese, è nata una splendida amicizia. “E’ una donna forte, un esempio di coraggio” ha affermato l’attrice in un’intervista. Nel cast ci sono anche Gioele Dix, il quale sarà il primario dell’Ospedale Maggiore di Parma che ha operato la Annibali per ben 18 volte al volto al fine di ricostruirlo e Sara D’Amario che vestirà i panni di Monica Garulli, il Pubblico Ministero che si occupò del caso. capotondiNella parte di Luca Varani – che ricordiamo è stato condannato lo scorso maggio a vent’anni di carcere – ci sarà Alessandro Averone, straordinario attore e regista di teatro – lo spettacolo che lo ha visto impegnato recentemente è “Aspettando Godot” di S. Beckett – noto alle telespettatrici per il ruolo del losco Bruno Jacobi nella fiction di successo “Il paradiso delle signore”. La compagna reale di Varani, che ha avuto una figlia quando il suo uomo era già in carcere, aveva chiesto di vedere in anteprima la fiction, temendo che quest’ultima potesse turbare la privacy della sua bambina. Vittime anche loro, se vogliamo, seppur per ragioni diverse. Se è naturale infatti immedesimarsi nei panni della vittima, difficile è vestire quelli dei parenti dell’aguzzino. La sua richiesta è stata comunque respinta, anche perché la stessa Annibali e il regista hanno sottolineato come i familiari del mandante Varani siano stati tenuti fuori dalla storia proprio per non urtare la sensibilità di nessuno. Non ci resta che aspettare martedì 22 novembre! Chiudo con le parole che Lucia Annibali aveva usato durante il convegno “La Polizia a difesa delle donne”, durante la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, perché nessuno più di lei sa cosa significhi morire e rinascere, tornare ad abbracciare con slancio la vita, rialzarsi da terra più forti di prima:

”Non lasciatevi mai sopraffare da nessuno. Non lasciate che sia lui a imporvi come dovete vestirvi, come dovete pensare, come dovete comportarvi, come dovete essere. Siate voi stesse fino in fondo come lo sono io adesso. Siate quel che siete e se decidete di cambiare fatelo soltanto perché lo avete deciso voi. […] Tu sei mia può essere forse una frase sussurrata in un momento di intimità, non una realtà che autorizza un uomo a trattarvi davvero come se foste un suo possesso, perché il possesso è più parente della violenza che dell’amore”.

Perché femminicidio diventi una parola vuota, perché nessuna donna abbia paura. Mai più.

Cristina La Bella