Ci eravamo lasciati– oltre che con la promessa di continuare ad indagare quelle che sono le argomentazioni più quotate dai nostri TrapperZ– con qualche dissapore, probabilmente causato da alcune mancanze effettive nella mia analisi semantico-simbolica dei testi.

Quando ci si imbatte in un terreno abbastanza pericoloso – che va ad intaccare i gusti musicali personalissimi, gli stili di vita propri di ognuno di noi, le ambizioni, gli obiettivi ultimi di un prodotto musicale – quale è appunto un fenonemo musicale di grande visibilità e scalpore, ci dobbiamo mettere nella condizione di scegliere a quali aspetti dare la priorità piuttosto che ad altri.I Trapperz comunicano con i mezzi che hanno a loro disposizione, noi possiamo scegliere se prenderci tutto il pacchetto completo senza fiatare, oppure oscillare riguardo a degli aspetti che dovrebbero in qualche modo mettere in crisi la soggettività di ognuno- non sempre intoccabile- al fine di una più ampia riflessione.

Il mio obiettivo non è quello di impartire una verità assoluta, ma cercare di ragionare sull’impatto umano e sociale che potrebbero avere determinate parole rivestite d’oro, ora, nella nostra società letteralmente schiava della cultura dello spettacolo, di cui la maggioranza dei TrapperZ sembrano essere dei burattini. Infatti ho selezionato due pezzi di due artisti- forse i più validi- che hanno trattato in modo molto curioso il tema dell’immigrazione: “Wily Wily” di Ghali (trapper milanese di origini tunisine) e “Italiano Nero” di Laioung, nato in Belgio da padre italiano e madre proveniente dalla Sierra Leone.

“(…) tu pensi che l’Islam sia l’Isis

Perché hai l’amico marocchino e ti ha insegnato solo parolacce / a mandare a fare in culo e forse forse pure a dire grazie / Salam aleikum Salam aleikum / son venuto pace / questa guerra questa merda giuro walla fra non mi piace

Io sono un negro terrorista culo bianco ladro bangla muso giallo / trasformo Baggio in un posto più bello questa pioggia è uno sballo / spero solo fra questa oscurità sia solo un abbaglio / ti prego dimmi chi ci difende da chi dovrebbe farlo

Oh oh oh, cosa tocchi guarda che non la tengo là / giro per il mondo col braccio che penzola /ho lasciato il cervello sulla mensola / qualcosa borbotta dentro la pentola

Il popolo italiano che si fa bere / Mia mamma che guarda la tele / Uno stato che cambia il presidente / Il presidente che non cambia il quartiere / Torno dalle ceneri e dagli angoli bui / Mai chiesto niente indi per cui / Ma 3la balich On s’en bat les couilles / Ora fai entrare lui, lui, lui, lui”

 

Il calderone di roba è notevole, caro Ghali, sei molto bravo a fare quello che fai (nel senso che per lo meno le rime le chiudi, ed è interessante aver mischiato la lingua italiana all’arabo e al francese) e il pezzo prodotto da Charlie Charles- che evoca melodie arabeggianti- non può non entrarti in testa per almeno 48 ore. Ghali è un ragazzo cresciuto a Milano, trasferitosi più volte da parte a parte della città stessa, nella sua vita avrebbe voluto giocare a basket (come canta in “Ninna Nanna”, il cui videoclip è stato caricato da poco più di giorni e ha più di un milione di views) e come quasi ogni straniero o cittadino italiano di origini africane si è trovato a subire la solita emarginazione sociale, magari negli ambienti scolastici o lavorativi. Ghali sceglie di affrontare subito di petto l’argomento citando il “mostro nero” dell’intera umanità, l’Isis, lasciando intendere che i “poteri forti” – detta in modo populistico – ci hanno ormai convinti che il termine coincida con quello di Islam, causando l’ondata di intolleranza religiosa propria degli Stati che possiedono un forte controllo sui mezzi di informazione. Gli stereotipi si sprecano, lui e molti suoi fratelli vengono in pace e proprio non la vogliono questa guerra. Il loro problema più grande è lo Stato Italiano che non li ha mai fatti sentire realmente accolti, ma sempre come ospiti indesiderati :

“ho capito che c’è la crisi / in TV ci riempion di stronzate” / “il popolo italiano che si fa bere / mia mamma che guarda la tele / uno Stato che cambia il presidente / il presidente che non cambia il quartiere”

Nonostante l’obiettivo di queste parole potrebbe pure essere molto sentito, il linguaggio e i termini utilizzati rimandano a cantilene sentite e risentite nei telegiornali nazionali, senza riuscire a smascherare alcunché. Precisamente: non metto in dubbio l’esperienza vissuta, bensì il populismo proprio di alcuni concetti triti e ritriti, non lasciando degli interrogativi aperti, ai quali potrebbero seguire degli spunti reali di riflessione. Un po’ come fa l’altro artista precedentemente nominato, Laioung, nomade di professione come si definisce lui, vissuto in molti paesi europei, nel suo pezzo “Italiano Nero” scritto e prodotto da lui stesso.

“Non ho mai scelto di essere italiano / lavoro duro i miei fratelli già lo sanno / sono un italiano nero come Balotelli / sottovalutato come Balotelli / alla scuola elementare la discriminazione era normale / ma noi africani abbiamo la forza mentale non cambia il morale / tanto ne ho viste di tutti i colori / ho dei fratelli di tutti i colori / avevo problemi per il mio colore / nell’incomprensione vivendo il dolore / siamo più forti, più forti di loro / pericolosi, corna di toro / Sierra Leone nel cuore / finalmente siamo liberi ora”

laioungQuesto è un pezzo del 2014 e in due anni Laioung è stato letteralmente baciato dalla fortuna, anche un po’ per merito, devo dire. Anche lui ha festeggiato da poco il milione di views con “Giovane Giovane” feat. Izi e Tedua; ha per le mani una carriera già avviata negli Stati Uniti con tanto di collaborazioni con Young Thug e il primo album in cui canta/trappa in italiano “Ave Cesare”. Laioung è stato definito l’iniziatore della “trap conscious” poiché, come ha affermato più volte, il dolore ha rappresentato la spinta maggiore durante la stesura dei suoi testi. Benissimo, abbiamo qui un artista che canta, produce, suona il piano e la chitarra, che vuole pure dare la voce alle minoranze. A mio parere, il parallelismo con la persona opinabile che è Balotelli poteva risparmiarselo, ma le sue parole sono molto dirette e chiare a tutti. “La nuova Italia siamo noi / il futuro siamo noi / in Italia non c’è lavoro / ma io non sarò come loro / sono diventato un uomo”: abbiamo di fronte, per caso, un nuovo Messia della Trap? Quando entra nel Club fa quello che vuole, perché è giovane giovane, è uno dei migliori e non ci può fare niente. Ma, ha forse qualcosa da dire? Riuscirà a sublimare la propria esperienza in modo minimamente costruttivo? Mi lascio questo interrogativo aperto, essendo la prima ad esserne curiosa e interdetta allo stesso tempo.

Volevo concludere l’articolo riversando di nuovo tutto il disprezzo che nutro verso la DARK POLO GANG – peraltro mio argomento preferito degli ultimi tempi, soprattutto dopo aver scoperto i loro profili Instagram che proliferano di stimoli preziosissimi- sulla loro “pochezza” elevata a “sapere comune”, sulla loro immagine di pupazzi pilotati dai più illustri stilisti del momento, sul loro modo di essere fasulli persino quando fumano una canna. Finte icone di stile che non fanno domande a se stessi e non le pongono agli altri. Spero vivamente che fra un paio di anni ritorni la moda per cui, se sei un figlio di papà, per ESISTERE dovrai identificarti in un punkabbestia a caso. Ripeto, sarei stata tentata, ma ho preferito dare spazio, seppur con una certa cautela, a chi merita un minimo di considerazione artistica, sforzandomi di giungere a quel famoso compromesso estetico proprio dei costumi e delle argomentazioni attuali, cercando di andare oltre l’immagine costruita magistralmente da chi di dovere e cogliendo, seppur a tratti, degli spunti interessanti. Mi rendo conto che la retorica sembra regnare un po’ sovrana, ma è innegabile la qualità sottostante alcuni lavori.

Alice Giacopelli