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Titolo:  Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Autore: Giordano Meacci

Pagine: 452

Anno di pubblicazione: 2016

 

 

 

Sinossi: Nell’immaginario paesino di Corsignano -tra Toscana e Umbria – la vita procede come sempre. C’è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C’è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c’è una piccola comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. Troppo umano per essere del tutto compreso dai suoi simili e troppo bestia per non essere temuto dagli umani: “il Cinghiale che uccise Liberty Valance” si ritrova all’improvviso in una terra di nessuno che da una parte lo getta nella solitudine ma dall’altra gli dà la capacità di accedere ai segreti di Corsignano, leggendo nel cuore dei suoi abitanti.

 Recensione: Finalista al Premio Strega 2016, 400 pagine di testo. Tutte su un cinghiale? Bhè, non esattamente.  Il cinghiale di Giordano Meacci non è la tipica selvaggina da fare in umido: mezzo bestia e mezzo uomo per le sue facoltà intellettive, il cinghiale del romanzo ha un nome ben preciso e dei definiti connotati. Apperbohr: un manto strisciato e degli occhi densi di malinconia. Permanendo in un mondo “a metà” tra sfera umana e sfera animalesca, l’animale si porta dentro un continuo senso di incertezza ed inettitudine. Il cinghiale di Giordano Meacci, metafora talmente densa da esser compresa solo leggendo il libro, irrompe nel villaggio degli “alti” (così chiamerà gli abitanti del borgo) durante un funerale:  da questo momento in poi tenterà con ogni mezzo di apprenderne la lingua, imparando a comunicare a suo modo.

Llhjoo-wrahh, amore mio, è questo e solo questo che vorrebbe dirle, ma nella lingua dei rvrrn non esiste una parola così, non c’è il concetto di mio e in definitiva non esiste l’amore che serve per definire o spiegare quello che lui prova; quello che vorrebbe dirle. Così le dice all’orecchio il suo nome, e basta; lei si allontana di poco, gira su sé stessa e gli regala sul grinfio Ap-orbihr; nel modo spezzato che le viene quando grugnisce.

A questo proposito, l’autore ha ideato un vero e proprio “glossario di cinghialese”: un modo per tradurre gli apparentemente ostili grugniti che vengono però mostrati, nel romanzo, come un dolce susseguirsi di onomatopeici e romantici suoni dove, paradossalmente, non è possibile individuare il corrispondente della parola “amore”.  L’autore gioca molto con la lingua: in particolare con il dialetto toscano, il quale viene riproposto e glorificato. Non a caso, il paese dove si ambienta la storia giace proprio al confine tra tale regione e la vicina Umbria: Corsignano.  Se provate a cercare questo borgo sulla cartina, non lo troverete: eppure pare quasi che quest’ultimo esista veramente. Chissà che a qualche lettore, nel bel mezzo delle dense descrizioni del paese e dei boschi circostanti, non sia quasi sembrato di “averlo riconosciuto”.  Apperbohr , snodandosi più o meno goffamente tra le strade di Corsignano, ci fornisce una panoramica di vicende avvenute tra l’anno 1999 ed il 2000:  ogni avvenimento riflette quelle che sono speranze, emozioni, paure e mentalità degli abitanti.  Ed è proprio sulla parola mentalità che desidero soffermarmi. Corsignano è, a mio avviso, lo specchio dei paesini italiani fedelmente ancorati alla roccia delle loro tradizioni.

Avete presente quelle borgate di montagna nascoste tra i boschi?

Quelle di cui sai l’esistenza ma che, alla fine, nessuno conosce?

Ciò che maggiormente mi incuriosisce di simili luoghi è che proprio tra le loro “calde” strade si nasconde spesso una fitta e “mascherata solitudine”. I piccoli paesi, dove tutti conoscono tutti e dove se hai un problema la vicina della porta accanto si fa in quattro per te, sono spesso quelli col più alto tasso di diffidenza: il giudizio, il pettegolezzo, il “devo farlo perché poi sennò chissà cosa pensano”. Il famoso “poi mi portan per bocca” (detto alla toscana come sono io, come scriverebbe l’autore e come tenterebbe di dire Apperbohr) che ti fa fare cose che non vorresti e ti fa essere ciò che non sei.  Ma , d’altronde, in un paese che resta fermo mentre il mondo va avanti non si può far altro che aggrapparsi agli scandali e alle dicerie.  E così, nell’idillico borgo di Corsignano dove la vita scorre tranquilla tra lavoro e faccende domestiche, troviamo donne abbandonate, prostitute e giocatori d’azzardo. E’ un paese denso di controsensi, ed è proprio questo il clou del romanzo.  Leggendo vi accorgerete che Corsignano, in fondo, è identico al paese dove vivete. E i suoi abitanti? Proprio come i vostri vicini di casa! Si ok, e allora i cinghiali, mi direte? Bhè, guardatevi dentro:  forse Apperbohr, diviso tra futuro e tradizione, alla ricerca dell’amore supremo tra i meandri di un insidioso mondo di bugie, giudizi e controsensi, sei proprio TU.  Tradizione, isolamento, sincerità, schiettezza, fantasia e amore a tutti i costi:  sono queste (e sono tante) le parole chiave del romanzo di oggi che consiglio vivamente.

Giada Tommei