Quando pochi mesi fa si è conclusa – bruscamente – la sua esperienza con la conduzione di Amore Criminale, Barbara de Rossi non ha nascosto di non aver apprezzato le decisioni dei vertici di Rai3. I fan del programma si sono ribellati contro Daria Bignardi, rea di averla sostituita con Asia Argento, nell’ambito del progetto di rinnovamento che nel primo periodo della sua presidenza ha letteralmente messo a soqquadro la rete. I più maliziosi hanno sussurrato che i reali motivi per la scissione del contratto sarebbero da rintracciarsi nell’aspetto di Barbara, accusata dalla Bignardi di essere “troppo appariscente e truccata” per parlare di femminicidio. Lei, giustamente, non c’è stata e ha fatto i bagagli, trasferendosi a Mediaset.

A Rete4 non ha faticato a trovare il suo spazio e infatti a Novembre tornerà ad occuparsi di stalking e violenza sulle donne alla conduzione de “Il terzo indizio”. La docufiction, ideata e curata da Siria Magri, racconta processi che hanno già attraversato i tre gradi di giudizio. Le ricostruzioni dei grandi casi di cronaca vengono ovviamente affidate a degli attori, che interpretano i fatti senza però discostarsi dalla verità giudiziaria. Come succedeva in Amore Criminale,  anche ne Il terzo indizio Barbara De Rossi avrà il compito di introdurre e commentare gli eventi, cercando quindi di far capire i meccanismi di queste relazioni amorose – che di amoroso hanno ben poco – che purtroppo troppo spesso finiscono nel sangue.06_07_2016_21_24_04

A chi le ha chiesto come mai abbia deciso di occuparsi di nuovo di un programma con al centro casi di violenza sulle donne e femminicidio, lei ha risposto semplicemente: «Questo non è il mio lavoro, è il mio impegno civile». La conduttrice, che ha vissuto personalmente una situazione simile,  è infatti impegnata in prima persona contro la violenza sulle donne anche al di fuori della tv: è presidente onoraria dell’Associazione “Diritti Civili nel 2000” e da oltre quindici anni è testimonial contro la violenza sulle donne nella campagna di sensibilizzazione sul femminicidio.

È però la prima ad ammettere che una trasmissione tv, per quanto “cruda” e sincera, non può bastare a risolvere un problema così ampio e radicato nella società. Ci tiene quindi a lanciare anche un appello, sperando di essere ascoltata  dalle Istituzioni: «In Italia infatti ci sono solo 400 centri antiviolenza, ne servirebbero almeno 5.000. Come fai se il centro più vicino si trova a 300 chilometri da dove abiti? Servono lo Stato e le istituzioni, servono leggi più efficaci e incisive, bisogna inasprire le pene, anche sullo stalking. Quello che mi sento dire più spesso è “noi denunciamo, ma poi non ci sentiamo protette”. Il problema di fondo è che questo processo legislativo sta andando avanti da troppo tempo e ha portato via troppe vite».

Martina Mattone