Come se non fossero bastati un golpe fallito, quello del 15 luglio 2016, e un colpo di Stato ben camuffato a far entrare di diritto il presidente turco Racep Tayyip Erdogan nel novero degli strateghi con poca classe ma indubbia sostanza. È servito, infatti, l’incontro avvenuto ad Istanbul il 10 ottobre 2016, preceduto dalle scuse formali  del “figliol prodigo” che giunse il 9 agosto scorso direttamente al Cremlino per placare gli animi di Mosca. I due leader hanno dovuto presenziare alla firma dell’accordo sulla costruzione del gasdotto Turkish Stream rivolto ai mercati europei  che, oltre a stabilire degli sconti importanti sul gas russo diretto in Turchia, prende di fatto il posto dell’accantonato South Stream da parte della stessa Bruxelles. Il progetto prevede oltretutto la costruzione di due gambe del gasdotto nel Mar Nero, 910 km che verranno utilizzati per incrementare ulteriormente la dipendenza sconcertante del Vecchio Continente dal gas di importazione russa, che oltre al dominio di esso detiene il 35% del greggio che importiamo per il sostentamento energetico .

Se poi mettiamo in conto che nel luglio scorso Russia e Cina hanno dato il via alla realizzazione di un altro gasdotto, il Power of Siberia, con i lavori che termineranno intorno al 2030, si può concretamente riconoscere la totalitaria presa di posizione del Cremlino, che si accinge non soltanto a detenere l’esclusiva sul mercato energetico europeo, ma anche su quello orientale.  Quest’ avvicinamento del governo di Ankara verso Mosca è servito, tuttavia, per discutere anche di altri avvenimenti. Per esempio  la spinosa situazione in Siria, che vedeva, oramai non più, contrapposti i due Leader, con Erdogan che spingeva per la coalizione capeggiata prontamente dagli Stati Uniti, e Putin che appoggiava, e continua a sostenere, il governo cinquantennale della famiglia Al-Assad. Al meeting è stata annunciata come una riconciliazione la notizia che i due Paesi si fossero accordati per la partenza di una missione denominata “Scudo dell’Eufrate”, che prevede la mobilitazione e l’entrata in gioco dell’esercito turco in territorio siriano, a spalleggiare la “capofila” Russia nella lotta contro il terrorismo islamico, ma non solo. Questo trattato dunque suona come uno schiaffo deliberato alla politica intrapresa dagli U.S.A. nel conflitto siriano, oltre a render superflua la richiesta legittima e fondata, da parte del presidente della Francia Hollande alla Corte penale istituzionale (Cpi) di avviare le procedure per un inchiesta su possibili crimini di guerra in Siria, la quale soccombe alla manifestazione più orrenda e cruda di ciò che significa una guerra portata in auge da interessi che non difetteranno mai per l’efficacia dei mezzi messi in atto per ottenere i propri risultati, come ingranaggi ben oliati e fumanti di calore per il lavoro così meccanico, e così poco umano, che debbono compiere. Una stretta di mano quindi, che muta gli scenari europei, ma non solo. Con il rischio di un’egemonia energetica imposta dalla Russia, e con gli Stati Uniti che rimangono perplessi alla porta in attesa di ciò che il popolo americano sceglierà come proprio presidente, l’Europa si trova a dover agire per preservare la propria cultura, i valori che hanno fatto parte delle fondamenta di questa Unione, per  liberarsi da un cappio che si sta, pian piano, stringendo pericolosamente.

Niccolò Inturrisi