La vita è una meravigliosa occasione fugace da acciuffare al volo tuffandosi dentro in allegra libertà. [Dario Fo]

Dario Fo. Basterebbe già il solo nome. Attore brillante, drammaturgo geniale, regista instancabile, scenografo fuori dagli schemi, impresario di se stesso. E ancora scrittore e poi pittore. Fino all’ultimo ha cercato di riempire energicamente l’intervallo – che non ci è dato sapere quanto duri – tra il tic e il toc. “Se mi dovesse capitare qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare” amava ripetere. Nonostante il tempo scaduto, sappiamo tutti che la sua genialità – parola di cui spesso oggi si abusa, ma che era cucita su di lui come un abito di scena – non morirà mai. Se ne va nel giorno della consegna del Premio Nobel per la Letteratura, quel riconoscimento che gli venne consegnato nel 1997, tra intellettuali invidiosi e spocchiosi che mal digerivano l’arte teatrale innovativa del “buffone” più acclamato di tutti i tempi.  Forse il destino voleva premiarlo una seconda volta.

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Una vita ricca ed «esageratamente fortunata», come era solito definirla. Non si stancava infatti di ricordare agli altri e a se stesso quanto la sorte gli avesse detto bene. Nelle interviste lo ripeteva: “Ero il figlio di un capo stazione, una famiglia semplice la mia” e ancora “Se vi dicono che siete bravi, stanno scherzando! Fate di più”. Un memento mori, che si ribalta diventando un forte invito alla vita, vista come un teatro e ancor di più quale una fragorosa risata.

“Il riso è sacro. Quando un bambino fa la prima risata è una festa. Mio padre, prima dell’arrivo del nazismo, aveva capito che buttava male; perché, spiegava, quando un popolo non sa più ridere diventa pericoloso.”

cuou9nqwaaa11pc-jpg-largeNella biografia “Il paese dei mezaràt”, ed. Feltrinelli, racconta degli anni vissuti con i propri genitori tra la Lombardia e la Svizzera: “Giravano contrabbandieri e pescatori, più o meno di frodo. Due mestieri per i quali occorre molta fantasia. È a loro che devo la mia vita dopo: riempivano la testa di noi ragazzi di storie, cronaca locale frammista a favole. Da grande ho rubato a man bassa”. Poi lo studio presso l’Accademia delle Belle Arti, che gli dà la possibilità di conoscere pittori di talento come Trevisani, Peverelli, Cavaliere, solo per citarne alcuni. A cambiare la sua vita sarà l’incontro con Franca Rame, scomparsa nel maggio del 2013, la donna, che sposerà nella Chiesa di Sant’Ambrogio nel ’54, con cui avrà un unico adorato figlio Jacopo, e con la quale dividerà oltre settant’anni di teatro e quotidianità.

“Franca era bellissima. Aveva fuori dal teatro le macchine di ricconi che l’aspettavano. Io non ero nessuno, ero uno spilungone tutto orecchie, intimidito dalla sua bellezza e dunque casto. Allora un giorno lei mi prese dalle spalle, mi mise contro un muro e mi baciò. Lì iniziò tutto. “

E’ attore di cinema una sola volta nel film di Carlo Lizzani Lo svitato, e partecipa anche alla fiction di Salvatore Nocita “I promessi sposi”, interpretando l’avvocato Azzeccagarbugli. Ricordare tutti gli spettacoli di Dario Fo sarebbe impossibile, perché davvero piegò l’arte, sperimentandola sotto ogni punto di vista. Basti pensare al grammelot, la lingua inventata di Mistero buffo (1969), che ha segnato la nostra storia culturale, frutto di più parlate diverse; un pastiche linguistico che ancora oggi incanta studiosi e ricercatori. Gli arcangeli non giocano a flipper (1959), Chi ruba un piede è fortunato in amore (1961), Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963) sono i primi testi di successo, che aprono a Fo e consorte le porte della tv. La Rai democristiana affida loro Canzonissima, lo show del sabato sera abbinato alla lotteria. La coppia avrà vita breve, vittima infatti della censura, sarà allontanata e bandita dalla rete ammiraglia per quindici anni. fo-rameRicompariranno insieme nel ’77. Dopo la strage di Piazza Fontana, politica e teatro diverranno un binomio indissolubile, perché “La cultura non si può ottenere se non si conosce la propria storia.” Escono così Settimo: ruba un po’ meno (1964), e La colpa è sempre del diavolo (1965). Gli anni settanta sono pieni di turbolenze: Fo abbandona il PCI e si avvicina alla sinistra extraparlamentare. Gli viene addirittura incendiata la casa ed è costretto a peregrinare per avere  in affitto un posto in cui stare. Nessun locatario vuole problemi. Nemmeno lo stupro a Franca Rame per opera dei fascisti frena il suo impegno. Dall’estero lo acclamano, in Italia lo scherniscono. Dal 2006 si schiera con il M5stelle, ma non è oggi il giorno per cuocere un pentolone di bassezze politiche e di attacchi inutili. Non è neppure il giorno per piangere, Dario Fo non avrebbe gradito, lui che durante la messa del funerale alla sua Franca commosse il mondo con un disperato “Ciaooooo” – chissà forse il “buffone” e la “principessa” a quest’ora  si saranno già ricontrati. “Io credo nella logica. Ma una volta di là, spero di essere sorpreso” aveva detto Dario Fo in una recente intervista; – lui che metteva in discussione ogni forma di potere, lui che da gigante quale era ci ha insegnato a prenderci seriamente gioco di tutto. Oggi però, caro Dario, c’è poco da ridere. Perdonaci, ma essere allegri proprio non riesce.

Cristina La Bella