Il 3 ottobre 1858 nasceva a Vigevano, in provincia di Pavia, una delle donne più affascinanti del Novecento, attrice dalla straordinaria presenza scenica, simbolo indiscusso del teatro italiano moderno: Eleonora Duse. Il suo nome richiama inevitabilmente alla memoria quello di un altro personaggio  di spicco – perché troppe volte, infatti, a scuola ci hanno raccontato delle loro fughe d’amore in Versilia o ci hanno letto stralci delle loro lettere – il tombeur de femme per antonomasia, l’uomo che, secondo i rumors dell’epoca, avrebbe amato quattromila donne: Gabriele D’Annunzio.

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Su di lui si è detto tutto e il contrario di tutto: dall’asportazione di due costole per praticare un auto fellatio al piacere perverso che avrebbe avuto il vate abruzzese nel veder defecare le donne subito dopo un amplesso. Di questo e altro potete trovare notizia nel libro “La mia vita carnale” di Giordano Bruno Guerri. Che non fosse un adone lo sappiamo anche, alto appena un metro e sessantaquattro, aveva addirittura denti cariati e la voce poco profonda. La Duse era tutta un’altra storia: “molto più che bella. D’un pallore opaco e un po’ olivastro, le sopracciglie serpentine, i begli occhi dallo sguardo clemente, una bocca grande” come racconta il critico Jules Lemaitre. Vi starete chiedendo allora cosa spinse una donna che aveva la fila fuori dal camerino a tormentarsi per uno che aveva in casa persino una cameriera francese, Amélie Mazoyer, assunta proprio perché non lo facesse sentire solo, esaltata da D’Annunzio nei diari privati e alla presenza di amici per la «bocca meravigliosa» e per la sua «mano donatrice d’oblio». Ed è inutile che vi spieghi il perché venisse apostrofata dal poeta così, la risposta è quella che vi è venuta in mente. A pensar male si fa peccato, ma spesse volte si indovina. La Duse stava male, soffriva, come racconterà più volte agli amici. In un’epistola ad Arrigo Boito, suo vecchio amante – perché diciamolo chiaramente l’attrice lombarda in fatto di stranezze era paragonabile solo al suo Gabriele – scrive:«Preferirei morire in un cantone piuttosto che amare un’anima tale. D’annunzio lo detesto, ma lo adoro … Che fare?». dannunzio-vittorialeAndiamo con ordine: Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio si conoscono nel 1882. Lui, famoso nella Roma che conta, autore di tre romanzi di successo, si reca in teatro in qualità di cronista della “Tribuna”, per intervistare la Duse, che è all’apice della sua carriera teatrale. Ovvio dire che quella sera stessa, l’audace Gabriele propone alla diva di giacere insieme; invito che la Duse, un po’ per celia un po’ per orgoglio rifiuta con sdegno. Nel 1888 D’Annunzio ci riprova al Teatro Valle a Roma, e il colpo gli riesce. Eleonora è appena uscita di scena dopo aver interpretato il ruolo difficile di Margherita Gautier ne La signora delle Camelie quando si trova dinnanzi alla porta del camerino il poeta abruzzese che le sussurra: «O grande amatrice!». Secondo i biografi però la loro relazione inizia ufficialmente nel settembre del 1895, una storia fatta di tradimenti e riconciliazioni, allontanamenti e teneri abbracci. La Duse tenne duro – e D’Annunzio pure – per quasi otto anni affinché la passione non si spegnesse. Affascinata dalle lusinghe dell’uomo, Eleonora sopporterà i continui sbalzi d’umore del poeta, le costose spese editoriali di questi e le sniffate di cocaina durante le feste mondane, che per niente al mondo lui avrebbe potuto disertare, festini che avrebbero fatto impallidire lo stesso Jep Gambardella ne La Grande Bellezza. Come se non bastasse Eleonora tollera la duchessina Maria Hardouin, l’attraente Barbara Leoni, la principessa siciliana Maria Gravina Cruyllas di Ramacca e tutte le amanti che popolano l’harem del focoso D’Annunzio. Non riesce a staccarsi da quest’ultimo, a destarlo, anzi arriverà più volte a scrivergli biglietti di questo tipo:

«Perdonami anche questo, cioè di sentire solamente la mia gioia quando ti sono vicina, poichè gioia io a te non so darne. Io sono la tua poveretta».

Lo scrittore abruzzese ha della fedeltà un’idea tutta sua, che sembra far leva sulla Duse, che continua ad indebitarsi pur di mantenerlo e ad inimicarsi quanti la pregano di allontanarsi dal suo Gabriele:

«Non v’è menzogna sillabica più confusa e più diffusa di questa: la fedeltà. Ha il suono scenico delle false catene. Non v’è coppia fedele per amore. Io sono infedele per amore, anzi per arte d’amore quando amo a morte».

In quegli otto anni anche professionalmente D’Annunzio dà il meglio di sé, complice anche la stricnina, che comincia ad assumere in dosi massicce, scrive infatti tre Libri delle «Laudi», «Francesca da Rimini» e «Il fuoco», solo per citarne alcune. In quest’ultimo romanzo si trova qualche traccia della love-story con la divina; protagonista è Foscarina, un’attrice ormai al tramonto che vive una tormentata relazione con Stelio Effrena, il cui cognome gioca sulla combinazione di due parole latine: “ex frenis”, ossia “senza freni”. E D’Annunzio visse premendo sempre l’acceleratore. Se la Duse perdonerà al poeta il fatto che avesse affidato la parte di Anna dell’opera “Città morta” alla giovane Sarah Bernhardt, non potrà sopportare che le venga portato via anche il ruolo di Mila di Codra de “La figlia di Iorio”. Il poeta le preferirà Irma Gramatica, una delle amiche più intime della Duse. Difficile da ingoiare un rospo simile. La vanità della Duse prevale sul sentimento e la “Norma Desmond” che alberga in lei non può accettare uno smacco simile. E’ la fine dell’idillio.

10264878_10203952390194626_841613427_n«Tu m’ hai accoppata – e con che arte – la tua!» scrive la Duse e come darle torto. Il poeta saprà come consolarsi, inizierà, infatti, una relazione con la marchesa Alessandra di Rudinì, figlia dell’ex presidente del Consiglio, perché D’Annunzio, l’avrete capito, storie con donne comuni non ne voleva. (Seppe vivere in vetrina: amava frequentare i salotti più alla moda, vestirsi seguendo le tendenze del momento, farsi fotografare ed essere oggetto di pettegolezzo). Mossa sbagliata la sua però, dal momento che la compagna Alessandra si rivelerà ingombrante e capricciosa. All’età di 66 anni la Duse muore di tubercolosi e alla notizia lo scrittore avrebbe esclamato: “E’ morta quella che non meritai”. Si sa, che la morte rende più buoni. Eleonora, prima di spegnersi a proposito del suo Gabriele, avrebbe scritto invece: “Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato”. Perché è noto anche che in amore le donne sanno essere più barbariche, sorprendenti e invasive dell’uomo.

Cristina La Bella