Le olimpiadi tengono ancora calda la fiaccola da passare ma non troveranno la mano tesa dell’Italia che non accetta il testimone. Dopo le olimpiadi del 1960, che ancora tiene salva la sua porzione di debiti, e, non andando troppo indietro nel tempo, i mondiali di nuoto del 2013 o EXPO targato 2015, i quali sono ancora presenti come scheletri di cemento inutilizzabili, Roma non ospiterà le gare olimpiche che si sarebbero dovute tenere nel 2024. “Non possiamo prenderci questa responsabilità” dice il sindaco di Roma perché “sarà la solita mangiatoia della casta dai poteri forti” come ha affermato l’onorevole Di Battista ed é così che presenta il suo dissenso, Virginia Raggi, alla festa nazionale del Movimento 5 Stelle a Palermo, che tra gli applausi di una folla armata di ombrello grida convinta “No alle olimpiadi a Roma” aggiungendo poi  “Renzi siede al tavolo con i Malagò, con i Montezemolo, con i Berlusconi, con i Verdini. Ecco chi sono i suoi amici ed ecco perché quando noi abbiamo detto no alle olimpiadi hanno tremato, ecco perché con il no al referendum vedranno la loro fine”. È dunque questo il fulcro su cui ruota l’idea 5 Stelle: non lasciare la gestione delle olimpiadi alla successiva legislatura. Come infatti ha affermato il vicepresidente della camera, l’onorevole Di Maio, il problema reale del dissenso alle olimpiadi è la paura di non poterne controllare la gestione nel caso in cui il M5S perdesse le elezioni, lasciando tutto nelle mani dei c.d “poteri forti”.Dunque eccolo il Movimento 5 Stelle, compatto contro la corruzione, più o meno certa, che invaderebbe Roma in vista del 2024. Come sostiene anche Marco Travaglio, inoltre, tutte le grandi manifestazione sono andate in perdita. Il giornalista, citando uno studio della Oxford University, afferma che l’unico modo per vincere le olimpiadi è quello di perderle, non  essendo una macchina che può funzionare in attivo. La risposta del presidente del consiglio a questo cumulo di no e paura è anch’essa chiara. Il premier fa leva tra la breccia affermando che rinunciare ad una amministrazione per la paura che questa rubi è il peggior modo di fare politica, ma aggiunge che ormai il sindaco ha preso le sue decisioni. Matteo Renzi mostra, perciò,una calma apparente che trova tono più deciso un paio di giorni dopo dichiarando che “la metafora del no alle olimpiadi è la metafora di cosa vuol dire l’Italia del no… si fermano i ladri e non le grandi opere”. E non si ferma neanche il premier che prova una candidatura più lontana nel tempo di una città sempre abbracciata dal tricolore: Milano, la quale possiede un sindaco che si propone favorevole ai grandi eventi ma che esorta di affrontare la discussione nel momento giusto (che dovrebbe prevedersi per il 2028 o il 2032).

Intanto le grandi società che speravano nella gestione delle olimpiadi a Roma non erano rimaste in silenzio. Prima del no definitivo il presidente del CONI e “playboy del potere”, Giovanni Malagò, consigliava, ambiguamente minaccioso, al sindaco di Roma di non presentare la mozione’ poiché gli amministratori che avrebbero firmato quella delibera avrebbero dovuto anche assumersi le loro responsabilità. Una responsabilità che deve gettare come una patata bollente il presidente del Coni, poiché costerà all’Italia quasi 20 milioni di euro, a causa delle spese già effettuate dal comitato promotore presieduto dagli stessi Renzi e Malagò. Un danno erariale che non sarà dimenticato dal direttorio 5 Stelle, il quale in unisono nella voce di Alessandro Di Battista, il quale informa della sua scelta di depositare un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo dettagli su questi milioni di euro spesi dal comitato organizzatore di Roma 2024. “E’ giusto sapere chi li ha spesi, come li ha spesi, per comprare cosa, se con questi denari sono state organizzate cene, eventi. Tutto quanto insomma. A Malagò, ‘arimettete er giacchetto’!”. Insomma le cattive spese di gestione anticipano i tempi facendosi già note. Scoprendosi, inoltre lo sporco gioco di Malagò, il quale chiede un risarcimento di 15 milioni di euro a nome di CONI, ma le cifre sborsate sono molto inferiori. Si stimano, infatti,  2 milioni per il 2016, 8 per il 2017, che però non dovrebbero essere stati già spesi. Emblematiche tutte queste vicende in un momento storico nel quale l’Italia si trova spaccata in due fronti, da un lato “quelli del si” e dall’altro “quelli del no”. Questi assensi o dissensi, però necessitano di un compromesso inevitabile, voluto dalla ragion d’essere della politica stessa. No alla corruzione, ai falsi appalti, alle spese pubbliche inutili e superflue. Si ai grandi eventi, alle gare sportive, all’incremento del turismo e alle buone politiche di gestione. Questo, in maniera incontrovertibile, crea una totale incertezza nel cittadino medio che affollato dalla miriade di proposte e dichiarazioni in contrasto, non vede altra scelta se se non quella di affiliarsi a uno di una di queste due facce. Schierandosi in un si o in un no, dimenticando che le scelte più giuste ed equilibrate stanno proprio al centro di questi due poli antitetici. In questa lotta con o contro il sistema si sviliscono i veri interessi da difendere.

Stefano Delfino La Ferla