In concomitanza all’uscita nel Regno Unito, il nuovo docufilm sui Fab Four figlio del regista premio Oscar Ron Howard, The Beatles:eight days a week è stato in proiezione nelle sale cinematografiche italiane dal 15 al 21 settembre.

Anche se la fatidica data del primo singolo Love me do è lontana, grazie alla rivisitazione e al montaggio di interviste e video inediti, la produzione è stata in grado di farci sentire i Beatles più vicini che mai. Il documentario riprende gli anni dal 1962, anno del decollo della giovane band nei sobborghi di Liverpool, al 1966.

Merita una menzione particolare il montaggio: per il materiale da incorporare nel documentario sono state assemblate diverse riprese originali molte delle quali amatoriali e fornite direttamente dai fan alla pagina ufficiale Facebook della band inglese. Le registrazioni, restaurate e ordinate metodicamente, fungono da perfetto supporto al fil rouge narrativo rappresentato dai racconti di Paul McCartney e Ringo Starr e da precedenti interviste di George Harrison e John Lennon.

2015_12_19_0c_beatles-str-7ee5a1Ciò che emerge dall’ultimo lavoro di Ron Howard sono la spontaneità e la coerenza: i Beatles sono sin dal loro stesso nome (nato da un gioco semantico e di pronuncia tra beat e il sostantivo inglese <<beetle>>, scarafaggio) dei ragazzi che non vogliono rappresentare più di quanto sono, ma pienamente convinti della forza della musica. Le loro canzoni sono figlie degli anni ‘60, del fermento socio-politico, della voglia di progresso e elusione dei limiti, ma interpretate da giovani damerini inglesi che vestono panni sobri, indici di conformità. Ecco allora la giovane sfrontatezza nobilitata e resa accettabile dalla finta formalità dell’umorismo con cui abbatterono ogni tentativo di idolatria. Le riprese riescono a fare luce proprio sulle loro personalità e su quanto queste non mutassero una volta sul palco.

Tuttavia la rapidità della loro ascesa rese più facile notare quanto stridessero la violenza dell’accanimento sviluppato dalla gente verso il fenomeno “Beatles” e i ritmi spasmodici e insani delle esibizioni, con i modesti e puri intenti iniziali di Paul, John, Ringo e George. “Noi eravamo normali, era la gente che era pazza […] Era solo un grande circo, la musica non veniva ascoltata” è ciò che sentiamo pronunciare con una nota di amarezza da George Harrison in merito alla situazione; l’epico concerto al Candlestick Park in San Francisco il 29 agosto 1965 segna l’epilogo delle esibizioni del gruppo.

Tra i commenti di oggi dei protagonisti e le riprese di ieri, il documentario raggiunge un sottile equilibrio di stile, degno tributo (e non celebrazione) del Fabulous Foursome. Vi consiglio di non abbandonare la visione durante i titoli di coda: Howard regala infatti al pubblico 30 minuti di quel concerto a San Francisco, zenit del successo dei Beatles.

Beatrice Bravi