Bentornati alla seconda parte del viaggio nel L’inconnu sur la terre (1978) di J.M.G. Le Clézio, un libro che è inno alla vita, agli elementi del reale, al miracolo della fratellanza tra gli esseri. L’autore illustra come la realtà sia una magia immanente e totalizzante: in ogni momento, ovunque, accade qualcosa di straordinario. «La vita sulla terra è più sorprendente di qualsivoglia sogno», spiega, incoraggiandoci a guardare al mondo come ad un universo estremamente multiforme e incantevole, in grado di regalarci quella felicità piena che crediamo illusoriamente di dover cercare altrove.

Di seguito, alcuni tra i più bei passi di quest’opera che è proprio un peccato non vedere pubblicata in lingua italiana (1):

PAROLE: «Bizzarri animali rapidi che turbinano, che si slanciano, che attraversano l’aria. Perché le parole degli uomini dovrebbero essere differenti dai versi degli uccelli e dai sibili delle cavallette? Squillanti, violente, tristi, felici o lamentose, le parole si spostano nell’aria e vedo le loro tracce nel cielo. Non rimangono ferme. Non sono mai le stesse. Cambiano da un giorno all’altro e cambia anche chi le sente. Sono grida, mugolii, guaiti, gracidii, ronzii, scricchiolii, mormorii. Sono belle, inebriano con la loro vibrazione continua, sono le parole della vita, i segnali del mondo. Le parole, i pensieri, le immagini. Zampillano e balzano a casaccio» (pp.118-119).

NUVOLE: «Loro, non sanno far altro che passeggiare. Arrivano da un lato dell’orizzonte, vanno dall’altro lato. Non hanno fretta. Avanzano con maestosità, ma leggere, leggere, scivolando nell’aria azzurra.  Rotolano un po’, si stiracchiano,  slanciano qualche voluta, poi il resto del corpo segue serpeggiando e i pennacchi posteriori si ripiegano» (pp.72-73).

ACQUA: « L’acqua canta, l’acqua mormora, l’acqua dice cose dolci e tranquille. È lei a inventare la musica delle canzoni, e anche le parole, solo per sé, con la sua voce monotona e tremolante. Non è per gli altri che suona. È per se stessa, solo per se stessa. La sua voce scorre e fluisce sui ciottoli, scivola sempre dall’alto verso il basso, seguendo le scanalature, gli incavi, i solchi, scendendo i gradini con piccole cascate. Si ode la sua voce, la sua voce dolce di acqua sulla pietra liscia, tra gli argini fangosi. Dice molte cose impercettibili, cose che corrono via come una chioma trasparente, cose che mitigano e rinfrescano» (pp.239-240).

SOGNI: «Quelli che ci vengono incontro, attraversando la barriera che separa il sonno dalla veglia, non sono che frammenti, briciole, particelle irriconoscibili. Brandelli strappati al sogno, lembi incoerenti, che allora ci sembrano assurdi, privi del loro ordine e del loro peso. Sono questi lembi che chiamiamo sogni, che il linguaggio diurno, con scherno, si dedica a falsare» (pp.214-215).

ORTAGGI: «Se dovessi collezionare qualcosa, sarebbero ortaggi. Mi piace vederli sui banchi del mercato, sfusi, oppure ordinati e calibrati nelle cassette di legno chiaro. Ah, non sono seri! Non pretendono grandi cose, sono molto buffi talvolta, con i loro colori bizzarri, le loro forme eccentriche, le loro foglie rosicchiate dalle lumache, la loro aria tranquilla e un po’ “zuppiera”!» (pp. 331-332).

LUCE: «Le ombre si spostano, fremono, la luce riappare. È come se si udissero molte voci, oppure musica. La luce danza, si curva, gioca negli incavi, rimbalza. Ma è bellissima quando è adagiata così, intera su una vallata verde, appena luccicante eppure piena di forza. La si guarda. Lei vi guarda?» (pp.101-102).

MICROMONDI E MACROMONDI: «Sulla terra, al sole, ci sono molti mondi. Sono mondi diversi, eppure vicini, mondi che vivono gli uni negli altri. Ma non si conoscono. Se si incontrano, è per qualche secondo, un incontro brutale e fatale, in cui si uccide e si mangia. Ognuno ha la sua superficie, il suo linguaggio, la sua struttura, la sua vista. […] Vita sulla vita, vita nella vita» (pp.45-46).

 Chiara Bolchini

 

Note.

[1] Traduzione accademica dell’autrice a partire da : J.M.G. Le Clézio, L’inconnu sur la terre, 2010, Gallimard, Paris 2010.