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  • Titolo: E tu quando lo fai un figlio?
  • Editore: Rizzoli editore. Collana You Feel
  • Data di pubblicazione: Luglio 2016

Sinossi: Lei lavora nell’alta finanza, lui è un artista, si sono conosciuti in giovane età ed è nata una bella storia d’amore. Si sono sposati credendo di aver raggiunto la felicità. Ma non tutto va sempre come si desidera: quando si pensa di poter avere quello che si vuole, arriva sempre un imprevisto a sconvolgere i piani. Lo sanno bene Luisa e Leonardo, in cerca di un bambino che non vuole arrivare; hanno i mezzi finanziari per avere il meglio della medicina e le cliniche più esclusive, ma i soldi non possono essere la risposta a tutto. Si può accettare la sterilità ed essere felici? Tra cene familiari discutibili, viaggi della speranza e attese estenuanti, Luisa e Leonardo ci raccontano, anche con un pizzico d’ironia e, soprattutto,con tanta voglia di vincere, come affrontare il dramma di un bimbo che non vuole arrivare.

Recensione: Nel giorno del tanto discusso fertility day, non potevo che proporvi un libro che tratta questo problema. “E tu quando lo fai un figlio?” è l’ultimo romanzo di  Tiziana Cazziero, che racconta ciò che si prova a stare dall’altra parte della barricata. Dalla parte di chi aspetta una gravidanza che tarda ad arrivare ed è al centro, non per sua scelta, di quella campagna sulla fertilità dal sapore medievale, sessista e redrogrado, tanto promossa dal nostro felice governo. Una storia comune a tantissime donne che ogni giorno si trovano a dover rispondere alla fastidiosissima domanda che da il titolo al libro “E tu, quando lo fai un figlio?”.

La lettera che apre il libro ci annuncia che la storia, seppur con nomi e probabilmente dettagli diversi, è un’esperienza autobiografica dell’autrice. Una lettera dolorosa, che non può fare a meno di lasciarti un sapore agrodolce ancor prima di iniziare la storia vera e propria. In realtà il tono della storia sarà ben diverso. Ci vuole coraggio a trattare un problema del genere con ironia  e pragmaticità, perché –diciamocelo pure – raccontare una storia triste con toni altrettanto drammatici è un lavoro abbastanza semplice. Lo è di meno invece, analizzare gli eventi scegliendo un punto di vista più critico, ironico e scanzonato, che lungi dal sottovalutare o minimizzare il problema vuole, in maniera delicata ed elegante, essere anche d’aiuto a chi sta passando un momento simile. Luisa, Tiziana o qualunque sia il nome della protagonista in fondo poco importa perché la domanda “E tu, quando lo fai un figlio?” spesso viene posta senza cattiveria, ma con una leggerezza tale che non può che ferire profondamente chi si trova in quella situazione. Mordetevi la lingua la prossima volta che pensate di chiederlo a qualcuno, perché un figlio non arriva come un pacco postale. Non c’è un Amazon dei bambini dove ordinare il prodotto che più ti piace. Non si schioccano le dita e il mese dopo sul test compaiono automaticamene due linee. Non è abbastanza desiderare di essere madri affinché ciò avvenga. Senza contare che – l’unica cosa vera detta dalla campagna sul fertility, spesso l’idea della gravidanza arriva tardi, quando non è più così semplice diventare madri.  E non è un caso. In Italia iniziamo a lavorare tardi e non c’è abbastanza assistenza statale che permetta una buona qualità della vita alle mamme lavoratrici. Inoltre, accanto alle donne che non riescono ad avere figli ci sono quelle che momentaneamente o definitivamente non vogliono averli perché sì, nessuna equazione matematica prevede che donna uguale figli. Non tutte si sentono predisposte alla maternità, ci sono donne che amano la loro vita così com’è e non devono per questo sentirsi trattate come “meccanismi” a cui manca un pezzo. Luisa si sente spesso un “meccanismo” difettoso, non solo perché desidera una famiglia che tarda ad arrivare, ma anche ( e a parer mio, soprattutto) perché la sua educazione è stata così, perché la società è così. Luisa ha questa voglia spasmodica di diventare madre che ad un certo punto il lettore non può che chiedersi se sia divenuta un’ossessione piuttosto che un vero e proprio desiderio.

E poi c’è Leonardo. Leo che è uomo e che come tale, potrebbe impegnarsi fino al prossimo secolo, ma non riuscirà mai a capire fino in fondo cosa significhi una maternità che non arriva, un aborto o una gravidanza. E non si tratta di un’opinione dettata da un rigurgito femminista, ma semplicemente della realtà dei fatti. Tant’è che proprio per questo motivo alla fine non si può fare a meno di adorarlo perché Leo ci prova eh, ci prova tanto. Rimane accanto a Luisa, la supporta e a volte sopporta, ma riesce sempre ad essere fuori posto, dicendo la cosa sbagliata al momento sbagliato. Il romanzo scorre velocemente, anche grazie al fatto che i momenti più difficili sono intramezzati da altri più leggeri, che riescono a strappare anche un sorriso al lettore. L’ unico difetto che ho trovato forse sta proprio nel fatto che l’autrice abbia calcato la mano su questo alternarsi di ironia/dolore, come se necessariamente si dovesse “sminuire” il dolore per forza. È un’opinione soggettiva ovviamente, e non è mia intenzione mancare di rispetto all’autrice, ma credo che alcune volte anche il dolore vada vissuto in maniera pura, senza necessariamente trovare una via d’uscita subito e per forza. Via d’uscita che tra l’altro la maggior parte delle volte, fortunatamente, arriva da sola. E va bene così. Per Luisa. Per Tiziana e per tutte le donne e le coppie che alla fine e dopo tanta fatica ce la fanno. A 30, 35 o a 40 anni e alla faccia dei fertility day.

Martina Mattone