In merito alle recenti notizie circolate intorno alla ragazza che, vittima di un “passaparola” del video hard di cui era protagonista, si è tolta la vita schiacciata, probabilmente, dal peso della gogna mediatica, ritengo opportuna una riflessione sul tema del suicidio e su come affrontiamo lo scambio quotidiano con l’alterità. Per avere una visione più chiara del fenomeno in questione, ho posto qualche domanda al Dottore in Psicologia Raffaele Iacarella che, con estrema disponibilità, ha cercato di rispondere in modo esauriente.

D: Le opinioni riguardo al suicidio, nel credo comune, si dividono tra chi crede sia un gesto di coraggio e chi di vigliaccheria. Non potendo avere una risposta ultima e assoluta non crede che sia meglio definirlo come un forte atto di rabbia, privo, probabilmente, di razionalità, verso qualcosa o qualcuno?

R: «Hai detto bene: “Non potendo avere una risposta ultima e assoluta”. Come in molti comportamenti umani e ancor più nel caso di un atto come quello del suicidio che scuote tutte le nostre più comuni certezze dalle fondamenta, non possiamo cavarcela con un’unica definizione o con una causa assoluta che spieghi senza scarti il fenomeno. edouard_manet_-_le_suicideAnche in questo caso ogni suicidio va declinato considerando l’unicità e irripetibilità di ciascun individuo e di come quest’ultimo si trovi ad affrontare gli eventi più o meno drammatici che la vita ci pone di fronte. Quello che si può dire di certo è che il suicidio rientra nelle possibilità dell’esistenza umana, dopo di che possono anche essere chiamati in causa fattori di rischio e di protezion, fattori di maggiore o minore vulnerabilità individuale ma rimane il fatto che  il fenomeno non possa essere ridotto all’interno di un’unica grande categoria. Detto questo le emozioni , i vissuti e le motivazioni che accompagnano tale atto possono essere i più disparati ed anche le categorie psicopatologiche, spesso chiamate in causa, non credo possano esaurire la comprensione dell’intero fenomeno. Personalmente credo che la percezione o convinzione di “un’assenza di futuro”, di qualcosa di irreparabile che si ponga nella mente della persona come non più modificabile possa essere un elemento comune a molti atti di suicidio ma, anche qui, non di tutti.»

D: La condizione di “socialità” e visibilità creata dalle varie piattaforme di internet, secondo lei, quanto influisce sulle modalità con cui un ragazzo possa scindere, in modo salubre, ciò che è da evitare da ciò che non lo è?

R: «La visibilità globale di internet consente a tutti, nel bene e nel male, di poter essere protagKiev, Ukraine - October 17, 2012 - A logotype collection of well-known social media brand's printed on paper. Include Facebook, YouTube, Twitter, Google Plus, Instagram, Vimeo, Flickr, Myspace, Tumblr, Livejournal, Foursquare and more other logos.onista e di poter partecipare allo “spettacolo di massa”. Come una calamita, inevitabilmente, attira chi vuol far mostra di sé e comunicare od esprimere qualcosa e in questo senso possiamo ritrovarvi di tutto: cose bellissime come i comportamenti più insulsi. Altra questione ancora più complessa è quella della privatezza della immagini, di come si possa andare in pasto al mondo senza saperlo, oppure della scarsa consapevolezza di chi utilizza proprie o altrui immagini o foto senza comprendere bene le conseguenze. Diventiamo tutti attori e/o registi di una fiction di cui però i protagonisti siamo noi con le nostre vite, il rischio è che a qualcuno tutto appaia come un gioco senza conseguenze reali per sé e per gli altri.»

D: Crede che l’avvento dei Social Network stia allontanando, anziché avvicinare, le persone le une dalle altre?

R: « Non credo ci sia una risposta univoca: dipende dall’uso che se ne fa, possono contribuire ad agevolare o aprire nuovi spazi comunicativi così come restringere le possibilità relazionali della persona laddove quest’ultima ne faccia l’unico ed assoluto spazio della propria socialità. Se il mezzo diventa il fine il rischio è elevato.»

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Credo sia necessario e fondamentale sottolineare l’unicità della persona di cui ci ha parlato il Dr. Iacarella. La globalizzazione e i processi medicatici cercano inesorabilmente, giorno dopo giorno, di toglierci quell’identità per cui i nostri avi, talvolta perdendo la vita, hanno lottato e per difendere la quale ognuno di noi lotta sui sentieri, più o meno scoscesi, della vita. Perdendo la nostra identità perdiamo anche la concezione dell’altro come unico ed irripetibile e questo fenomeno è devastante, in quanto non ci permette di dare il giusto peso a ciò (soprattutto a chi) ci troviamo di fronte quotidianamente. Si va incontro a una concezione dell’altro come soggetto e non come persone. Cosa vuol dire concepire l’altro come persona? Noi non sappiamo quale battaglia ogni individuo deve affrontare giornalmente ed è importante ricordarsi che è nostro dovere donare il giusto rispetto soprattutto a chi non reputiamo conoscente. La “gogna mediatica” sottopone, puntualmente, a processo qualsiasi cosa o persona si ritrovi sotto i riflettori. Poniamoci nella situazione in cui noi fossimo catapultati sotto questa luce per un qualcosa che, fatto o detto in un certo momento della nostra vita, non ci rispecchia in alcun modo.
La “gogna mediatica” ci ha già giudicato, con talmente tanta eco che, di fatto, nessun processo giuridico, nel caso fosse necessario, potrebbe comunque cancellare le parole o i gesti esplosi scevri della minima riflessione. Sempre rimanendo in linea con il pensiero del Dr. Iacarella dobbiamo necessariamente soffermarci sul ruolo da protagonisti che i social ci affibbiano in modo, spesso, non conscio. La rete sembra proferirci un diritto alla parola assoluto (o quasi). Avere la possibilità di proferire parola su qualsivoglia argomento può sembrare un qualcosa di dovuto ed inviolabile. Dovuto sì, che, però, cela in sé una responsabilità altrettanto grande. E’ fondamentale esprimere la propria opinione. Altro conto è il modo in cui (si fa): il modo, se condito da educazione e rispetto, trasforma ciò che potrebbe sembrare un giudizio di valore in una critica costruttiva. Eventi come quello di ieri devono essere un monito: ciascuno di noi deve fare il personale mea culpa. E’ necessario trasformare in abitudine il pensare all’altro non come soggetto (oggetto), bensì come persona avente una sensibilità talvolta molto più forte del normale. E’ nostro dovere trattare l’altro con lo stesso rispetto, se non con maggiore, dato a noi stessi. Per quanto riguarda l’avvento della tecnica è importante dire che la tecnica non ha, ne riconosce, un’etica. Chi la usa dovrebbe avere dei principi che orientano le sue azioni. La tutela della persona è la cornice in cui si muovono i principi etici.

Marco Bracaccia