“Adamo ha chiamato la sua casa cielo e terra; Cesare l’ha chiamata Roma: tu forse chiami tuoi la bottega di un calzolaio, cento acri di terra, la soffitta di un letterato. Anche il tuo dominio è grande come il loro. Costruisci dunque il tuo mondo. Quando conformerai la tua visione alla pura idea della tua mente, ti si riveleranno le sue grandi proporzioni”.

Potremmo iniziare a comprendere le intime motivazioni sottostanti la pittura di Edward Hopper, nato a Nyack nel 1882 (NY), grazie alle parole del filosofo “circolare” Ralph Waldo Emerson, di cui Hopper stesso fu un assiduo lettore.

Lo sguardo Hopperiano è uno Sguardo che vuole cogliere l’essenza, l’immutabile, ciò che non può non essere, ma sceglie di farlo in modo “indiretto”. Indiretto perché nonostante l’iper realismo delle sue opere, si discosta, quasi in punta di piedi, puntando a un’atmosfera metafisica che stacca le sue immagini dalle circostanze del presente.

Edward Hopper, uomo cupo e introverso, visse in una dimensione cristallizzata, ferma al secolo precedente, invece di farsi influenzare dalle avanguardie artistiche che scoppiavano proprio negli anni tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Si formò alla Chase School di New York e seguì le lezioni di Robert Henri, che indirizzò la sua predilezione per l’arte moderna francese di Manet e Degas fino agli spagnoli e ai fiamminghi Rembrandt e Goya. Conclusi gli studi, nel 1906 compie il primo viaggio a Parigi: Hopper decide di vagabondare per la città, lasciandosi ispirare da una nuova luce e dalle nuove prospettive della fiabesca realtà parigina. Nonostante questo periodo proliferi della luminosità nuova de Il Pont des Arts o Il Pavillon de Flore, vorrei prestare attenzione a una piccola opera (che vidi di persona alla mostra bolognese che ha ospitato numerose opere dell’artista americano proprio quest’anno) che chiamò “Stairway at 48 rue de Lille, Paris”, di soli 33,02 x 23,5 cm (olio su legno). Gli diede questo nome perché probabilmente fu il vero indirizzo del luogo che abitò durante questo primo viaggio a Parigi, e che, una volta tornato in America non potè dimenticare.

Le scale del condominio in cui viveva, oggetto dell’opera in questione, sono dipinte da un punto di vista particolare, a cui si può far caso solamente se si “entra” emotivamente nella scena. Nessuno sta scendendo o salendo quelle scale, quella parte di condominio è ferma nel tempo, probabilmente si sente solo il rumore del traffico parigino al di là del portone principale; Hopper sceglie dei colori cupi, freddi, quasi a voler insistere sulla zona d’ombra che abbraccia gli innumerevoli momenti della quotidianità, quei momenti che non smise mai di rappresentare, fino alla sua morte.

Il De Chirico americano sceglie un’arte ordinata per descrivere le metamorfosi e le mutevoli atmosfere di un paesaggio, per denunciare una borghesia attempata che non ha più molto da dire (“Soir Bleu”, 1914, una retrospettiva sulla sua epoca francese accolta malamente dalla critica), per donare un tocco di intimità e delicatezza a quei gesti che appaiono così banali agli occhi di tutti, elevandoli, quasi da renderli tutt’a un tratto misteriosi (è il caso di “Night Windows”, 1928, il cui principio ispirò anche il celebre film “la finestra sul cortile” di Alfred Hitchock del 1954, dove il protagonista, come Hopper, è testimone dalla sua finestra di tutto quello che accade nel palazzo di fronte); Hopper fu un vero artista perché riuscì a ricavare molto da una materia apparentemente insignificante, come in Early Sunday Morning, del 1930, in cui volle rappresentare una strada deserta di domenica mattina, con la sua calma, col solito silenzio “rumoroso” del pittore che lascia all’osservatore piena libertà di interpretazione.

Per ultimo, ma non per importanza, ho selezionato l’opera che, a parer mio descrive realmente il rapporto di Hopper col mondo femminile: sto parlando di “A Woman in the Sun”; comprendiamola meglio con le parole del pittore: “mi scontro sempre, quando lavoro, con la fastidiosa intrusione di elementi che non fanno parte della visione che mi interessa: l’opera stessa nel suo procedere, finisce per cancellare e rimpiazzare la visione originaria. La lotta per evitare questo decadimento è il destino, penso, di tutti i pittori a cui non interessa inventare delle forme arbitrarie”.

La Donna nel Sole è proprio questo, unicamente quello che gli piaceva: una donna completamente nuda, un po’ appesantita dall’età, in piedi al centro della sua stanza. Sembra essersi appena svegliata dato il letto sfatto al suo fianco, il sole è alto e la luce che entra dalla finestra la illumina completamente. È una luce che non esalta il suo corpo, palesemente affaticato, è una luce che piuttosto fa risaltare la sua vulnerabilità. Ma c’è rispetto per la fragilità espressa dalle donne Hopperiane, donne impegnate in faccende quotidiane, come al lavoro, come in una situazione di intrattenimento, donne non sempre consapevoli del proprio valore. Con Edward Hopper, il 15 maggio del 1967, si spense la capacità di poter far convivere così in equilibrio “il grande Realismo Irreale” della scena americana, non letteraria, né tantomeno mitologica, per tentare fino all’ultimo di rappresentare quel momento oltre il tempo: l’eternità.

Alice Giacopelli