La 73esima mostra d’arte cinematografica di Venezia è giunta ai titoli di coda. Prima che i riflettori si spengano definitivamente e prima di soffermarci sul film fresco vincitore ci addentreremo in un piccolo excursus riguardante quelli che, negli ultimi due anni sono riusciti nell’impresa di conquistare il prestigioso riconoscimento.

Per rinfrescarci la memoria, tralasciando molteplici capolavori esclusivamente per non cadere in un’eccessiva prolissità, andiamo ad analizzare il film svedese che nel 2014 ha scioccato il pubblico d’ogni dove: “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”.

Il titolo, di per sé, è già qualcosa che si pone ben lontano dal passare inosservato. Molto più speciale e inusuale è la tecnica adottata per girarlo (della durata di 100’): la telecamera è ferma. Il regista Roy Anderson, classe ’43, che quando si cimenta in lungometraggi non risulta mai banale, ci mette di fronte a 39 quadretti di vita quotidiana che definire surreali è decisamente riduttivo. Riuscendo a toccare le tematiche più disparate, dalle banalità alla morte, alternando scene decisamente bizzarre, l’unico modo in cui potremmo uscire dalla visione di questo film sarà un’angoscia esistenziale, travestita da sorriso dolce-amaro, dalla quale però potremmo venirne a capo trovando quel qualcosa che riesca a rendere la quotidianità un semplice dettaglio della vita.

Il 2015 invece passa lo scettro al venezuelano Lorenzo Vigas per la presentazione di “Desde allà” (Ti guardo). Da debuttante ai lungometraggi, il regista cerca di dare una visione piuttosto realistica di quella che è la realtà venezuelana, caratterizzata da forti gerarchie difficilmente scalabili. Il tutto è reso grazie al rapporto tra Armando, commerciante di protesi dentarie con forti problemi di sessualità e Elder, un ragazzo della baraccopoli. Un rapporto non definibile con schemi tradizionali che si spinge in pericolosi pertugi. Un film che fa vacillare i tabù del nostro essere.

“Grazie, non riesco ancora a credere di aver ricevuto questo premio”, sono le parole pronunciate dal filippino Lav Diaz, vincitore del Leone d’Oro 2016 con “Ang babaeng humayo”. Con la traduzione “The woman who left”, il film viene descritto con queste parole:

“1997. Trent’anni dopo la sua incarcerazione per un delitto che non ha commesso, Horacia viene rimessa in libertà. Inizia così il percorso della donna alla ricerca del suo passato: il marito, la figlia ormai adulta, il figlio scomparso e l’uomo che l’ha fatta arrestare ingiustamente. Non sarà facile per Horacia rimettere insieme la propria esistenza frammentata come quella del suo paese, le Filippine, in un momento storico dominato dalla paura, dalla violenza e dallo smarrimento indentitario”

La visione, seguendo la critica, dovrebbe essere una di quelle esperienze sensoriali degne di nota, vista l’ attenzione di Lav per i dettagli.

“Il cinema di Lav Diaz è materia organica vivente e pulsante, visivamente incantevole, tentacolare nel suo snodarsi attraverso lo spaziotempo espanso che il regista le concede, abbandonandosi al flusso interiore della narrazione e confidando nel potere magico dell’attesa. Un cinema che si dilata sullo schermo alla velocità del nostro sguardo più profondo (non un attimo prima) e non subisce imposizioni ma risponde solo alle sue leggi, etiche ed estetiche.”

Nota di merito anche a  “Tommaso”, il secondo film da regista di Kim Rossi Stuart. Qualcuno l’ha accusato di aver messo in scena la propria autobiografia, ma il regista si è difeso dalla critica di egocentrismo affermando l’originalità del film e del personaggio e negando legami con la sua storia privata ad eccezione dei percorsi introspettivi. Su di essi ha detto: “Il film riflette una ricerca ossessiva, a volte dolorosa, a volte comica, di trovare relazioni affettive, amorose e sessuali che ci soddisfino. Ho passato buona parte della mia vita cercando relazioni serene».

Il protagonista del film è Tommaso, un attore bello e voluto dalle donne che, da quanto si dice, con un rapporto tormentato versi il proprio passato ed “io” interiore. Ne esce fuori un Kim che, in mondo apparentemente consapevole, sembra esaltato dal proprio lavoro: “Quando mi sono messo a scrivere un nuovo film mi sono detto: faccio un film autoriale di genere seguendo il trend? Oppure uno di denuncia sociale o politica? Ma ho capito che la cosa più sana fosse cercare qualcosa dentro me stesso. Credo in un cinema dove l’autore mette in gioco pezzi di sé: pancia, testa, cuore. Andare senza rete, mettersi a nudo è la cosa più onesta che si possa fare, avere il coraggio anche di perdere la faccia”.

Michele Santoro invece si presenta con un documentario: “Robinù”. Il lungometraggio affronta il delicatissimo tema della “paranza dei bambini” a Napoli. Atteso con un certo pessimismo il film, in 91’, senza mezzi termini, ci sbatte in faccia la vita di quei ragazzi che raramente riescono a sopravvivere al decennio dei vent’anni.

Tra le fila delle eccellenze italiane riecco anche Paolo Sorrentino, che con con due episodi di “The Young Pope”, in un’epoca in cui l’apparenza regna sovrana, ci mostra l’invisibilità scelta da un Papa che definire atipico sarebbe un eufemismo. La serie tv andrà in onda il 21 ottobre (in Italia) su Sky Atlantic e sarà trasmessa in cinque paesi.

Quest’anno, prima di tutto, si ricordavano i 20 anni dalla scomparsa di Marcello Mastroianni. Per celebrarlo sono stati proiettati i film restaurati “L’uomo dei cinque palloni” (1965) di Marco Ferreri e “Oci Ciornie” (1987) di Nikita Michalkov.


Marco Bracaccia