Un cronista del settimanale afro-americano “New York Age” dopo averla ascoltata il 10 luglio del 1935 scrisse: “la sua voce è rivestita di miele, e canta con un senso ritmico che la pone di colpo un gradino al di sopra di chiunque”.

Ella Jane Fitzgerald nacque a Newport News in Virginia il 25 aprile 1917, ma a soli quattordici anni, rimasta orfana, decide di trasferirsi a Harlem (NY) dalla zia. Colei che da bambina avrebbe voluto fare la ballerina, con determinazione e ambizione diventò una delle icone jazz femminili più importanti di tutti i tempi. La vita a Harlem fu caratterizzata dalla povertà e dai lavori “sporchi”: lavorò come contabile per la mafia italo-americana fino ad essere assegnata a una Public School, che altro non era che una sorta di riformatorio.

Il debutto canoro di Ella fu all’Apollo Theatre di Harlem, New York, a soli diciassette anni. Tuttavia non riuscì ad aggiudicarsi il primo premio, che consisteva in una settimana di esibizioni all’Apollo, perché le veniva criticato il suo aspetto come “sporco e impresentabile”. Ella, fisicamente lontana dagli stereotipi di perfezione di quegli anni, lottò per tutta la sua carriera contro quell’emarginazione sia razziale che estetica. Dopo aver vinto un concorso canoro indetto dalla Harlem Opera House nel 1935, si presentò a Ella la sua prima vera occasione artistica: l’incontro col batterista Chick Webb, famoso per far ballare a ritmo di Swing tutti i tipi di pubblico in America, indipendentemente dal colore della pelle. Va detto che l’era dello Swing è racchiusa nel decennio tra il 1935 e il 1945, anni in cui la musica popolare americana fu dominata dalle big band, tra cui l’orchestra nera di Webb e quelle bianche di Benny Goodman o Glenn Miller…

Con lo Swing trionfano l’estetica musicale e corporea africana, la musica più amata si trasforma in ballo nazionale, il Lindy hop, la danza carica di dinamicità, carnalità di tutti gli americani. Grazie all’invenzione dell’autoradio tutta l’America cantava e ballava A-tisket A-tasket, una filastrocca che Ella conosceva sin da bambina, che incise il 2 maggio 1938 con l’orchestra di Webb. Né il manager, Milt Gabler, né l’etichetta, la Decca Records avrebbero mai scommesso sull’enorme successo che ebbe quell’innocente filastrocca incisa quasi per gioco: rimase primo disco in classifica per diciannove settimane, portando la ventunenne Ella a una popolarità spopositata. La sua voce, così candida e pura, ma allo stesso tempo così forte e consapevole (ricordiamo lo scat, una tecnica di improvvisazione vocale che poteva durare anche molto, pur mantenendo una perfetta impronta melodica; a tratti può ricordare una delle voci più importanti della canzone italiana: Mina) fu la sua unica arma di fronte alle disavventure di natura razziale tipiche dell’America pre-guerra mondiale.

Alla morte prematura di Webb nel 1939, la Fitzgerald cambiò il nome della sua orchestra in “Ella Fitzgerald and Her famous Orchestra”, ma solo nel 1942 dichiarò ufficialmente di voler intraprendere la carriera da solista. La voce nera più innocente d’America fu parte attiva delle voci che influenzarono l’appena nato Bebop insieme, per esempio, a Billie Holiday; si immerse nel blues, talvolta nel gospel, altre nella samba, addirittura nel calypso.

Sono gli anni ’50 ed Ella firma per la Verve Records, etichetta storica fondata da Norman Granz (label, per dire, anche di Coleam Hawkins, Charlie Parker, Billie Holiday,..) e iniziano le collaborazioni con le personalità più complesse e notevoli del jazz: da Dizzie Gillespie, a Duke Ellington (Ella Fitzgerald Sings The Duke Ellington Songbook) a Louis Armstrong (Porgy And Bess; Ella And Louis; Ella And Louis Again). I Songbooks, incisi per la Verve Records dal 1956 al 1964, sono l’interpretazione di Ella delle canzoni scritte dai più grandi compositori americani; sono, anche, uno dei lasciti più preziosi che la cantante abbia mai inciso. Negli anni ’60 e ’70 la “Regina del Jazz”, come la chiamava Marilyn Monroe, sua fan sfegatata, collaborò con Count Basie (Ella And Basie!), Joe Pass (Take love easy; Fitzgerald And Pass…Again), incise un’antologia dedicata a Cole Porter “Dream Dancing”, e firmò per la nuova etichetta del mentore Granz: la Pablo Records (con l’eccezione di qualche incisione per la Capitol Records).

Furono anni in cui vennero fuori dei gravi problemi di salute dovuti al quasi disumano stile di vita che la vedeva sul palco scenico per quaranta settimane all’anno, anche due volte al giorno. Ella soffriva di diabete e respirava a fatica a causa del suo peso, e aveva percepito, fortissimo, il declino del suo registro vocale acuto. Accadde però “la Meraviglia”, tipica dell’Arte non solo nella sua forma embrionale, ma nell’ultima fase, paradossalmente la più potente: Ella incise, col suo vibrato ormai maturo, forte del suo vissuto, Easy Living nel 1986 (nuovamente accompagnata dalla chitarra “gentile” di Joes Pass) con la conseguente reazione di immobilismo, almeno per la sottoscritta, di fronte a un testamento così forte di Bellezza; per non parlare di All That Jazz, l’ultimo dei cinquantasei album registrato negli studi della Pablo Records, pubblicato nel 1989. Il suo ultimo show ebbe luogo nel dicembre 1992 a Palm Beach, in Florida e tre anni dopo, nel giugno del 1996 si spense nella sua casa di Beverly Hills. Ella Jane Fitzgerald oltre a lasciare un’eredità di quasi sessant’anni di repertorio indimenticabile, continua ad avvicinare generazioni di ascoltatori al carattere del Sublime: perché Donna, col suo canto etereo, che a un tempo decide di liberarti, a un altro ti spezza a metà.

Alice Giacopelli