Dal 25 agosto non si fa altro che parlare di Spike Jonze dopo l’uscita di “My Mutant brain”, la pubblicità ideata dal regista per il lancio del nuovo profumo del noto stilista giapponese Kenzo. Lo spot, con la durata di quasi quattro minuti può essere considerato, di fatto, un cortometraggio vero e proprio. Come protagonista troviamo la giovanissima Sarah Margaret annoiata – per usare un eufemismo – da una cena formale. Successivamente, esce dalla sala mettendoci di fronte  a una crescente complementarità tra una musica dai toni decisamente provocatori e il preludio alla follia di una giovane donna satura di una vita vissuta secondo lo schema che qualcuno ha scelto per lei. Dopo lo sfogo si tuffa in un occhio, che potremmo definire floreale, molto simile a quella, come si vedrà subito dopo, che sarà la boccetta scelta da Kenzo per il suo nuovo prodotto. Come potremmo non definire geniale il modo in cui, il nostro Spike, è riuscito a inscenare l’idea del lancio di un qualcosa che cerca di schiacciare il passato con una forza incontrastabile?

Non possiamo in alcun modo limitarci a questa pubblicità per avere un’idea realistica della genialità, spesso incompresa e non condivisa, del regista (nonché attore, sceneggiatore e produttore cinematografico) statunitense.

Co-creatore e produttore della serie televisiva “Jackass” e del film “Jackass: The movie”, (entrambi contenenti “situazioni” molto d’impatto decisamente non adatte a tutti) la sua notorietà viene accresciuta in modo considerevole dalla commedia nera “Essere John Malkovich” del 1999, definita da Pino Farinotti “allucinante, cervellotica e divertente commedia di un autore geniale”, ricevendo anche la candidatura all’Oscar per la regia. Nel film appaiono attori del calibro di John Cusack, Cameron Diaz e John Malkovich. La reazione della critica tuttavia seguirà una netta scissione, dividendosi tra chi acclama Jonze come un nuovo dio della regia e chi rimane piuttosto scettico.

Nel 2002, probabilmente desideroso di creare ancora una volta pareri contrastanti tra il pubblico, il regista, con un matrimonio in piena crisi (nel 1999 aveva giurato eterno amore alla regista Sofia Coppola, figlia del leggendario Francis Ford Coppola), annuncia l’uscita del suo nuovo lavoro, “Il ladro di orchidee”. Nel lungometraggio un inedito Nicolas Cage, impegnato nel ruolo di entrambi i fratelli protagonisti del film, attraverso un dualismo fraterno, condito da un “blocco dello scrittore”, una donna, un amore e un ladro, cerca di personificare il delicato e pericoloso tema dell’adattare e adattarsi. Il regista toccando un tema che per i più “ruminanti” si presenta come angoscia quotidiana, struttura la storyline partendo da toni appartenenti alla più classica delle commedie per giungere a un infinito dramma. Dopo 7 anni di “pausa di riflessione” torna in auge con “Where the wild things are” (Nel paese delle creature selvagge, 2009), scritto con la collaborazione di Dave Eggers come riadattamento del celebre libro “Nel paese dei mostri selvaggi” di Maurice Sendak. Il film, creduto dai meno (purtroppo) come il capolavoro di Jonze, per come con la semplicità più estrema riesca a donare vividezza alla storia di Eggers, affrontando quei pensieri tanto infantili quanto propri di tutti i cicli temporali della vita. Il film ponendo le basi per scuotere l’anima di chi riesce a sentire propria questa condizione d’esistenza, si erge a manifesto del superamento di quel senso di solitudine proprio della maggior parte dei bambini che, tutto d’un tratto, sono costretti a fare i conti con i propri pensieri.

Il regista impiega 4 anni per realizzare “Her”, il primo lungometraggio che, pur rimanendo come ogni suo altro lavoro nel limbo della critica, ottiene l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale (con anche le candidature al miglior film e alla miglior canzone) e un Golden Globe per la migliore sceneggiatura. Come protagonista troviamo un Joaquin Phoenix che, dal 2010, grazie a Casey Affleck e quindi all’uscita di “Joaquin Phoenix – I’m still here!”, dimostra nuovamente la sua poliedricità trasmettendo emozioni fin troppo reali. Vestitosi dei panni di Theodore, uno scrittore di lettere per conto di altri, permette di immergerci in un viaggio che darà modo di incontrare le classiche sfaccettature di un amore che finisce ed un uomo “finito” da questo. Sfruttando la voce della provocante Scarlett Johansson che da vita al nuovo sistema operativo, acquistato da Theodore, ideato per sostituire un partner fisico, Jonze ci sputa in faccia una possibilità non troppo lontana visto l’inesorabile andamento che segue la legge di Moore. A tratti toccante, il film ci immerge in quello stato mentale caratteristico di chi, sfiduciato nei confronti del domani, mantiene comunque quel briciolo di speranza che permette di alzarsi la mattina. Ci ritroviamo di fronte ad un tema molto complesso dal quale, il più delle volte, non riusciamo a venirne a capo: possiamo porre una non-azione sullo stesso gradino morale (personale) di un’azione?

Spike Jonze, all’età di 47 anni ha tutto il tempo per intaccare nuovamente la nostra, tanto sbandierata quanto ingannevole, sicurezza ed è necessario che noi, come pubblico, non lo confiniamo al ricordo di chi ha “solo” girato la pubblicità di Kenzo.

 

Marco Bracaccia