Gian Burrasca fu il personaggio più felice nato dalla penna di Luigi Bertelli (1858-1920), in arte Vamba. Inizialmente fu pubblicato, con le illustrazioni dell’autore, dal 1907 al 1908 sul “Giornalino della Domenica”, in 52 puntate, poi raccolte in volume nel 1912 da Roberto Bemporad. A quel diario con la celebre copertina verde bottiglia, Giannino Stoppani confida le sue mille avventure e monellerie che si susseguono senza respiro, divenendo così l’incubo dei parenti, che gli attribuiscono l’appellativo di Gian Burrasca.

Ma siamo proprio sicuri di conoscete tutto su questo intramontabile best-seller per ragazzi?

Anche per Vamba tutto iniziò con una marachella: «Però, in un giornalino bello come questo, bisognerebbe metterci dei pensieri, delle riflessioni…mi viene un’idea! Se ricopiassi un po’ di quel bel manoscritto?» doveva aver pensato Luigi Bertelli.

Un pestifero fratellino minore, tre sorelle maggiori in cerca di marito, una festa alla quale nessuno spasimante si presenta perché il fratello ha riconsegnato prima agli stessi le loro foto con commenti velenosi, una fuga in treno e una zia campagnola di nome Betsy… «E ora basta, perché ho empito 35 pagine».vamba-il-giornalino-di-gianburrasca

Vamba aveva incuriosito i suoi lettori affermando che lo strabiliante Giornalino era stato donato da un ragazzino vero, di nome Giannino Stoppani, alla collaboratrice Esther Modigliani ed era poi passato nelle mani di Omero Redi, che a sua volta l’aveva prestato a lui.

Quando, il 17 febbraio 1907, Il giornalino di Gian Burrasca iniziò a uscire sul periodico, in redazione scoppiò un pandemonio: la signorina Modigliani protestò vivacemente e il collega Omero, imbarazzatissimo, da quel giorno non si fece più vedere in giro. È facile figurarsi l’editore Roberto Bemporad con le mani tra i capelli mentre scopre che le prime 35 pagine della recente pubblicazione Le memorie di un ragazzaccio dell’americana Metta Fuller Victor tradotte dalla Modigliani erano uguali a quelle pubblicate sulla rivista di Vamba. Così nel 1923 il movimento degli indignati, capeggiato da Vincenzina Battistelli, gridò al plagio. Ma in una nota all’affettuosa biografia del maestro, Giuseppe Fanciulli ridimensionò l’accusa, dichiarando che Vamba, innamoratosi subito dello scapestrato protagonista, notò che il discolo americano era diverso dai ragazzi italiani del tempo e che certe bravate sconfinavano nel meschino.Bertelli, da pagina 35 in poi, si staccò così completamente dal romanzo della Victor, A bad boy’s diary, e grazie alle sue esilaranti illustrazioni e al suo toscano discolo e puro rese Giannino un pestifero inconfondibile.

Gian Burrasca non è uno sciagurato: è un monello di buon cuore che si stupisce perché le sue azioni, improntate alla sincerità e all’amore per la giustizia, gli procurano castighi a non finire. L’unica colpa di Giannino è di dire sempre la verità, che i grandi predicano ma poi non accettano. Il discolo rappresenta il rifiuto del perbenismo e dell’ipocrisia del mondo borghese degli adulti, cui contrappone l’entusiasmo e l’esuberanza dei ragazzi. Le sue burle non risparmiano nessuno e smascherano la doppiezza della società, avvalendosi dell’unica arma veramente rivoluzionaria: la verità.

Ecco perché, in fondo, tutti noi possiamo di certo chiudere un occhio sull’enorme monelleria compiuta dal suo creatore, un signore dai vivaci occhi cerulei e pizzetto bianco che aveva deciso di dedicare la sua vita alla formazione delle giovani generazioni. Attraverso la celebre rivista “Il giornalino della Domenica”, fu per i più piccoli un padre affettuoso, un maestro e una guida e insegnò loro i più autentici valori della vita con il sorriso; trattò i giovani alla pari, diede loro voce e li incoraggiò ad interessarsi di storia e a prendere parte alla gestione pubblica, assicurando loro che avrebbero sicuramente potuto rendere migliore il mondo. È certo che questo straordinario autore fiorentino ebbe grande ascendente tra i ragazzi e si deve quindi anche a lui se essi, dopo tanta editoria Ottocentesca pedante e opprimente, ebbero l’opportunità di iniziare finalmente ad amare la carta stampata.

Chiara Bolchini