In principio furono I Soprano, seguiti dal nostrano Romanzo Criminale, che tramite la rappresentazione televisiva in serie tv ci immersero nell’universo criminale, creando dei veri e propri “casi”. Ma se I Soprano tratteggiavano un ritratto della criminalità organizzata abbastanza ironico e Romanzo Criminale è invece il prodotto giusto arrivato in un momento in cui non c’era ancora una “cultura” delle serie tv, è con Narcos e Gomorra che si è giunti ad un vero e proprio spartiacque nell’ambito della trattazione del male sul piccolo schermo. Rispettivamente prodotte da Netflix e Sky si sono guadagnate l’attenzione del pubblico spiccando nel panorama delle serie tv, spesso orientato verso la quantità piuttosto che sulla qualità. Ma andiamo con ordine.befunky-collage

Per chi ancora non la conoscesse, Gomorra è la serie ispirata all’omonimo romanzo di Roberto Saviano. Il successo delle prime due stagioni (è attualmente in lavorazione la terza) ha fatto sì che questo fiore all’occhiello tutto italiano venisse esportato anche in Europa e negli Usa. Narcos, che narra invece le vicende legate alla vita di uno dei più famosi narcotrafficanti della storia, Pablo Escobar, è un prodotto più recente di Gomorra ( ha debuttato nel 2015 ed alla seconda stagione, in onda dall’inizio di Settembre) ma non per questo è stata immune dal vortice di “amore e odio” che la critica ha gettato addosso ad entrambe.

Dal punto di vista tecnico sono oggettivamente due serie che rasentano la perfezione: regia, cast, musiche, recitazione e ritmo di narrazione sono studiati e realizzati con metodica precisione. La forza di queste due serie tv sta sicuramente – oltre che nella base di partenza – nel linguaggio. Registri colloquiali, immediati e che spesso attingono al dialetto fanno sì che lo spettatore geograficamente vicino agli eventi si senta coinvolto in prima persona, mentre di contro, lo spettatore lontano resti più affascinato dal senso di straniamento che invece lo distanzia da ciò che accade.  La scelta degli attori poi, ha fatto il resto. Salvatore Esposito, Marco d’Amore, Fortunato Cerlino, Maria Pia Calzone e Marco Palvetti sono alcuni tra gli attori di Gomorra, che tramite una sapiente costruzione di personaggi a tutto tondo sono riusciti a raccontare il microcosmo della Camorra dandogli sfumature così vivide da non riuscire quasi a distinguere fiction e realtà. Anche il Pablo Escobar di Wagner Moura ha una capacità attrattiva notevole. L’attore utilizza sapientemente le espressioni facciali, unite alle sfumature caratteriali del boss: così si passa dagli sguardi vacui e assenti agli scatti d’ira improvvisi senza che ci siano distacchi netti. La serie si distingue anche nella scelta di far parlare gli attori in spagnolo per gran parte delle scene e per questo la voce di Moura, che pronuncia le sue battute a fiato cortissimo con il tono roco e fumoso, ti mozza lo stomaco come un pugno.  E non importa se Pablo stia uccidendo qualcuno o invece sia in intimità con Tata ( per dovere di cronaca, la vera moglie di Escobar era in realtà Maria Victoria Henao, quindi non stupitevi se Tata è un po’ un personaggio romanzato) Moura riesce a essere sul pezzo sempre e comunque.  Narcos e Gomorra, Medellín e Napoli. Due estremi  lontanissimi,  background di personaggi altrettanto lontani uniti però dal fil rouge del male, ma che non per questo vogliono divenirne mezzi di promozione.

Eppure, non mancano le critiche: soprattutto Gomorra è stata accusata di offendere le persone oneste che abitano in quei luoghi e addirittura di essere un invito all’illegalità. Mai più interpretazione potrebbe essere più fuorviante di questa. Gomorra e Narcos sono due fiori del male, anche se non puramente baudeleriani. Vanno cioè ammirati, ma non analizzati, perché altrimenti si rischia di commettere superficiali errori di valutazione. L’esempio sta appunto nell’accusa dell’invito all’emulazione: praticamente è un po’ come dire che se qualcuno si butta da un dirupo allora devi farlo anche tu solo perché il lancio è stato “affascinante”. Il male, i guadagni facili, l’illegalità e tanti altri problemi che affliggono la società esistono dalla notte dei tempi e sono troppo radicati per essere estirpati completamente, ma allo stesso tempo non ricevono consensi solo perché se ne parla in una serie tv, anzi! Paradossalmente potrebbe succedere addirittura il contrario. Non si tratta di negare la capacità attrattiva dell’illegalità, ma invece di educare gli spettatori a saper contestualizzare gli eventi, saperli raccontare e magari esportarne gli insegnamenti – perché no – anche al pubblico più giovane.

La forza di queste serie è infatti la mancanza di retorica. Pablo Escobar, Ciro di Marzio e Genny Savastano rappresentano il male e non hanno possibilità di redenzione. Non sono eroi e mai lo saranno, né tantomeno cavalieri senza macchia e senza paura. Né Narcos né Gomorra vogliono avere alcun fine pedagogico: lo spettatore deve essere adulto e deve avere una propria capacità di giudizio perché guardando con attenzione entrambe le serie si nota che non c’è nessun momento in cui allo spettatore è data la possibilità di pensare che la situazione prenderà una piega positiva. Non c’è spazio neppure per gli affetti (familiari e non) che contornano le vicende, ma rimangono appunto marginali e soprattutto, all’occorrenza sacrificabili. Tanto per ricordarci che il male può essere affascinante quanto vogliamo, ma è come il cibo: una volta che hai iniziato è difficile fermarsi; l’intestino si è ampliato per accoglierne sempre di più.

Martina Mattone