Un evento catastrofico, ad esempio un terremoto o un incidente, il quale può essere causato dalla natura o dalla mano dell’uomo viene percepito dall’individuo e dalla società in modo diametralmente opposto, nel caso in cui esso sia vissuto in prima persona o vissuto indirettamente (nel luogo nel quale è accaduto) o nel caso sia stato conosciuto mediante la lettura di un mezzo di informazione. Innanzitutto si può chiarire qualche concetto esprimendo  un’idea immediata: vivere in prima persona un evento catastrofico o comunque assistervi  provoca  reazioni più violente e più direttamente emozionali  rispetto al conoscere l’evento tramite i mezzi di comunicazione. Ciò non è però sempre vero: coloro i quali vivono un’esperienza catastrofica possono avere reazioni molto leggere legate ad una situazione di shock mentre chi apprende la notizia tramite i mezzi di comunicazione può avere forti reazioni esteriori mentre dopo poco tempo rispetto all’accaduto non si riscontrano ricordi significativi relativi alla notizia. Se facciamo riferimento alle diverse catastrofi avvenute in Italia a partire da tempi medio-lunghi e  potendo quindi porre un punto di partenza in una ipotetica linea del tempo  facendola cominciare con l’alluvione del fiume Arno nel 1967, la quale ha portato danni incommensurabili alla città di Firenze ed al suo patrimonio artistico e facendola terminare con tre catastrofi dei nostri tempi (il terremoto de l’Aquila del 2009, l’inchino mancato all’isola del Giglio da parte della nave da crociera Costa Concordia  nel 2012 e il terremoto di Accumuli ed Amatrice del 24/08/2016 costato la vita a quasi  trecento persone) possiamo notare molti problemi riguardo alla percezione e trasmissione delle notizie.

Avendo citato l’alluvione che colpì Firenze nel 1967 possiamo fare riferimento proprio a quell’accadimento per mostrare l’evoluzione della notizia da bene informativo per così dire PURO a mezzo di spettacolarizzazione del dolore. La prima causa determinante le caratteristiche odierne poco lusinghiere del bene notizia è la mancanza di etica in situazioni di forte dolore individuale e sociale. A Firenze nel 1967 le immagini televisive erano sì molto forti ma corredate da commenti molto tecnici e “forbiti”, rispetto alla televisione di oggi e sebbene i danni principali fossero stati materiali e collegati ai beni museali contenuti ad esempio presso la Galleria degli Uffizi, era stato ricavato lo spazio per mostrare le innumerevoli miserie umane delle popolazioni colpite non filtrate da alcun meccanismo esterno alla stessa cronaca. Pare comunque paradossale l’evoluzione in senso negativo del bene notizia; con il miglioramento dei mezzi trasmissivi e con la presenza delle nuove tecnologie sempre più a disposizione dei palinsesti ci si sarebbe aspettata certamente una cura maggiore dell’informazione in sé, della struttura sintattica e grammaticale dell’enunciato notizia, il quale è spesso abbandonato a se stesso privo di una qualsiasi logica. Poche ore dopo il disastro della nave da crociera Concordia avvenuto al largo delle coste dell’Isola del Giglio  già si vedevano frotte di giornalisti sul luogo della tragedia alla ricerca di scoop da parte dei sopravvissuti, e  dopo pochi giorni soltanto gruppi ingenti di turisti si accalcavano sull’isola non per goderne le bellezze paesaggistiche in veste di turisti, ma fotografandosi di fronte alla carcassa della nave affiorante dal mare e postando la fotografia sui propri account dei principali social networks.

In riferimento alle altre due catastrofi elencate si può notare come l’utilizzo dei mezzi di comunicazione sia stato sia di informazione ma prevalentemente atto alla spettacolarizzazione del dolore. Il processo di spettacolarizzazione del dolore attuato  dai media specialmente nell’ultimo decennio potrà condurre la società nei prossimi anni ad una situazione di svalorizzazione delle notizie, anche di quelle più importanti ed incisive. La facilità con cui oggi ci si può informare con costi quasi pari a zero può spiegare questa tendenza in atto: avere cioè a disposizione in qualsiasi momento e sullo stesso dispositivo quantità di informazioni quasi illimitate da tutto il mondo non potrà che condurre l’individuo ad una situazione di stallo informativo; informazioni in un così grande numero e dai contenuti più disparati caricheranno l’uomo di un fardello decisionale non indifferente, sarà così difficile quantificare una notizia realmente rilevante da una che al contrario non lo è per nulla. Avverrà così la cosiddetta svalorizzazione dell’informazione e il ruolo del giornalista diverrà sempre più marginale. Chiunque potrà così essere al contempo spettatore ma anche protagonista delle situazioni più disparate grazie a smartphone e dispositivi tecnologici man mano più avanzati.  La situazione prospettata è irrimediabile? A voi lettori l’ardua sentenza.

Francesca Moro