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  • Titolo: Non aspettare la notte
  • Editore: Longanesi
  • Data di Pubblicazione: Agosto 2016
  • Pagine: 377

Sinossi: Giugno 1994. Roma sta per affrontare un’altra estate di turisti e afa quando ad Angelica viene offerta una via di fuga: la grande villa in campagna di suo nonno, a Borgo Gallico. Lì potrà riposarsi dagli studi di giurisprudenza. E potrà continuare a nascondersi. Perché a soli vent’anni Angelica è segnata dalla vita non soltanto nell’animo ma anche su tutto il corpo. Dopo l’incidente d’auto in cui sua madre è morta, Angelica infatti, pur essendo bellissima, è coperta da cicatrici. Per questo indossa sempre abiti lunghi e un cappello a tesa larga. Ma nessuno può nascondersi per sempre. A scoprirla sarà Tommaso, un ragazzo di Borgo Gallico che la incrocia per caso e che non riesce più a dimenticarla. Anche se non la può vedere bene, perché Tommaso ha una malattia degenerativa agli occhi e sono sempre più i giorni neri dei momenti di luce. Ma non importa, perché Tommaso ha una Polaroid, con cui può immortalare anche le cose che sul momento non vede, così da poterle riguardare quando recupera la vista…

Recensione: quando recensisci per la prima volta un autore tutto è abbastanza semplice. Il problema arriva dopo, se quello ti è piaciuto così tanto da continuare a seguirlo e leggere i suoi nuovi libri.  Le aspettative sono sempre alte e c’è sempre il rischio che possano essere deluse o peggio ancora che si compia l’errore di confrontare i nuovi romanzi ai precedenti. Stavolta per fortuna non è stato così. Ho conosciuto Valentina d’Urbano ai tempi de “Il rumore dei tuoi passi”, uno dei libri che rileggerei all’infinito e che è in grado di colpire anche il lettore più scettico. Mi sono innamorata del suo modo di scrivere e quando ho saputo che stava per uscire il suo nuovo romanzo ero in trepidante attesa. Non pensavo ci fossero sorprese – e ciò non era ovviamente negativo –  e invece non è andata così. Non aspettare la notte è  infatti un libro completamente diverso, ma forse anche per questo motivo non ha disilluso le mie aspettative. Ad Angelica e Tommaso la vita, nonostante entrambi siano molto giovani, ha già fatto più di uno sgambetto: Angelica, il cui nome stride prepotentemente con ciò che la circonda, ha il corpo ricoperto da cicatrici. Fisiche, quelle lasciate in eredità dal terribile incidente d’auto a cui è sopravvissuta e mentali, perché quell’auto la guidava sua madre, che aveva deciso non solo di suicidarsi, ma anche di portarsi dietro sua figlia. Per Tommaso invece “lo scherzo” della vita è una malattia degenerativa agli occhi che lo ha portato a non vedere più bene e che in futuro, potrebbe portarlo alla cecità permanente. Angelica e Tommaso si incontrano sotto il sole della Toscana, dove lei ha deciso di passare l’estate, fuggendo dall’afa romana e dove lui lavora come cameriere. Non appena la vede, Tommaso le scatta una foto con una Polaroid. Inizia così la loro amicizia che pian piano si trasforma e diventa un legame indissolubile e meraviglioso. Come è normale che sia, la scrittura della D’Urbano è diversa rispetto a “Il rumore dei tuoi passi” o “Acquanera”, è più matura, seria e graffiante e anche la storia che ne viene fuori non poteva che essere più “cruda”, nonostante l’età dei protagonisti non si discosti molto da quella di Bea e Alfredo.imagesSe ancora non la conoscete o non lo avete capito, Valentina d’Urbano ha uno stile asciutto, privo di fronzoli o inutili arcaismi. Le sue storie scorrono in maniera fluida, anche quando sono dolorose, perché di certo non parla dell’amore  con pizzi e merletti e certamente non  c’è bisogno di un occhio attento per capire che se cercate una storia da favola questo non è il libro che fa per voi. La storia tra Angelica e Tommaso è agli antipodi della maggior parte dei cliché amorosi – amati, odiati e ricercati più o meno da tutto il genere femminile dagli 8 agli 80 anni – ma è quanto di più puro possa esserci. È un amore viscerale, sincero (forse perché entrambi hanno sofferto così tanto da non avere tempo di giocare) e a suo modo, totalizzante. Certo, non è esule da una buona dose di romanticismo o di gesti eclatanti che solo una persona innamorata è capace di concepire e capire, ma è anche un amore che non risparmia una buona dose di dramma. È un amore capace di farti attorcigliare lo stomaco per quanto è reale. Un amore in grado di scuoterti  come se ti avessero appena dato uno schiaffo e di fartene percepire il successivo e familiare bruciore anche dopo diverse ore dall’ultima pagina.

Martina Mattone